Feltri difende Trump: “Meglio sconfitto vivo che vincitore sporco di sangue”

Vittorio Feltri interviene sulla guerra e difende Trump: la pace vale più di qualsiasi vittoria militare.

Vittorio Feltri ribalta la lettura dei critici su Donald Trump e trasforma quella che molti descrivono come una sconfitta americana in una scelta da rivendicare. Al centro del suo intervento ci sono la guerra, il prezzo umano dei conflitti, il confronto tra potenza militare e responsabilità politica, con un messaggio netto rivolto anche a Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky: fermarsi, riconoscere il fallimento della guerra e cercare una via d’uscita prima che il bilancio diventi ancora più pesante.

Feltri e la difesa di Trump sconfitto

Feltri parte dall’ironia che, a suo giudizio, accompagna il racconto della presunta sconfitta degli Stati Uniti. “Ridono tutti. Ridono i giornali, ridono gli esperti da talk show, ridono i sovranisti pentiti e gli antisovranisti mai pentiti”, scrive, descrivendo chi considera Trump battuto da una “potenza regionale”.

Il direttore non nega il dato politico e militare, anzi lo registra senza cercare scorciatoie: “Ciuffo Arancio gonfia il petto e proclama vittoria, e intanto – dicono loro – le ha prese. Ebbene sì. È vero. Partita per menare, è tornata a casa ammaccata. Registro il fatto e non lo nego”.

Ma il punto, per Feltri, è un altro. La sconfitta, se evita nuove morti, può diventare più accettabile di una vittoria ottenuta al prezzo di città distrutte e cimiteri pieni. “Solo che io, a differenza dei sapienti, di questa presunta sconfitta ringrazio”.

Il passaggio più duro arriva quando contrappone l’orgoglio della vittoria alla concretezza dei morti. “Trump ha incassato la parola più odiosa per uno come lui, «sconfitta», pur di non riempire altre fosse”. Poi la domanda rivolta a chi deride il presidente americano: “Era meglio il bombardamento a tappeto, le città rase, il comunicato trionfale scritto sopra un cimitero?”.

Putin e Zelensky chiamati alla resa della guerra

Nel ragionamento di Vittorio Feltri, la guerra non lascia davvero vincitori quando il prezzo viene pagato da soldati e civili. Per questo il direttore allarga il discorso al conflitto tra Russia e Ucraina, chiamando in causa direttamente Putin e Zelensky.

“Perché Putin e Zelensky non fanno la stessa cosa? Perché non si guardano allo specchio, non ammettono la verità che tutti vedono -: che hanno perso tutti e due, che nessuno vince una guerra così, si vince soltanto smettendo – e non vanno a stringersi la mano da qualche parte?”.

L’immagine scelta è volutamente spiazzante: un incontro lontano dalle trincee, magari “in Qatar, a Capri, dove volete”. E proprio Capri diventa il simbolo di un’altra possibilità, richiamando Lenin e le partite a scacchi ospite di Gor’kij. La conclusione è secca: “Ecco: scacchi. Non trincee. Una partita, non un massacro”.

Per Feltri, la politica dovrebbe avere il coraggio di dichiarare chiusa la stagione dell’orgoglio armato. Nessun trionfo, nessuna umiliazione finale, ma il riconoscimento che continuare a combattere significa soltanto aumentare il numero dei morti.

La provocazione delle guerre virtuali

Nella parte finale, Feltri introduce una provocazione legata alla tecnologia e all’intelligenza artificiale. Se davvero il mondo sostiene che i conflitti moderni si decidono con algoritmi, sistemi automatici e capacità di calcolo, allora bisognerebbe trarne una conseguenza radicale: togliere il sangue dal campo di battaglia.

“Si sospendono le guerre di sangue e se ne fa una virtuale. Una bella partita simulata, campo neutro, avversari le macchine. Vinca il migliore. E il perdente, invece di piangere trentamila morti, piange trentamila zeri su uno schermo, poi spegne e va a cena”.

Il direttore insiste sull’idea di usare le macchine per costruire pace, non per rendere più efficiente la distruzione. “Sediamole a un tavolo e diamo loro un ordine solo: scriveteci dei trattati di pace perfetti. Perfetti sul serio, di quelli che un uomo, con la sua vanità e il suo orgoglio ferito, non riuscirà mai a firmare”.

La pace immaginata da Feltri non prevede vincitori: “Trattati in cui tutti – tutti – si dichiarano sconfitti. Nessun vincitore, nessun umiliato, pari e patta, ognuno a casa propria”. Una sconfitta condivisa, nella sua lettura, sarebbe preferibile alla vittoria di chi torna con il peso delle stragi.

Il finale chiude il ragionamento con una formula destinata a restare: “Preferisco l’algoritmo che uccide numeri all’obice che uccide bambini. Preferisco la sconfitta scritta sulla carta alla vittoria scritta sulle lapidi. Ridete pure di Trump sconfitto. Io preferisco un mondo di sconfitti che respirano a un mondo di vincitori che seppelliscono.”

Lascia un commento