La nuova norma sull’Endangered Species Act esclude la distruzione degli habitat dalla definizione automatica di danno agli animali protetti.
L’amministrazione di Donald Trump ha approvato una modifica destinata a ridurre una delle principali tutele previste negli Stati Uniti per le specie animali minacciate. La nuova norma, annunciata il 10 luglio 2026 dai dipartimenti federali dell’Interno e del Commercio, elimina dalla definizione regolamentare di “danno” la distruzione o il degrado degli habitat che provoca la morte o il ferimento degli animali protetti. La decisione potrà facilitare attività come trivellazioni petrolifere, estrazione mineraria, disboscamento, agricoltura e sviluppo edilizio nelle aree frequentate da specie considerate a rischio.
Il provvedimento interviene sull’applicazione dell’Endangered Species Act, la legge federale approvata nel 1973 per impedire l’estinzione degli animali e delle piante più vulnerabili. Per oltre cinquant’anni, le autorità statunitensi hanno interpretato il termine “harm”, danno, includendo anche le modifiche significative dell’habitat capaci di compromettere comportamenti essenziali come la riproduzione, l’alimentazione e la ricerca di un rifugio.
Con la nuova formulazione, per contestare una violazione sarà necessario dimostrare più direttamente che una determinata attività abbia ucciso o ferito un esemplare. La trasformazione dell’area in cui vive una specie, da sola, non rientrerà più automaticamente nella condotta vietata dalla norma sul cosiddetto “take”, cioè l’uccisione, il ferimento, la cattura o il danneggiamento degli animali protetti.
Endangered Species Act, cosa cambia con la norma di Trump
La modifica non cancella completamente ogni vincolo sugli habitat. Restano infatti altre disposizioni dell’Endangered Species Act, comprese quelle che impongono alle agenzie federali di valutare gli effetti dei progetti sulle specie protette e sulle aree ufficialmente designate come habitat critici.
Il cambiamento restringe però uno degli strumenti più utilizzati per bloccare o modificare progetti realizzati anche su terreni privati. Finora un’attività poteva essere considerata illegale quando il degrado dell’habitat produceva concretamente la morte o il ferimento della fauna, anche attraverso la compromissione delle sue funzioni vitali.
L’amministrazione Trump sostiene che questa interpretazione fosse eccessivamente ampia e non coerente con il significato originario della legge. Secondo i responsabili federali, la revisione garantisce maggiore certezza agli imprenditori, riduce gli ostacoli burocratici e tutela maggiormente i diritti dei proprietari.
A beneficiare del nuovo quadro potrebbero essere soprattutto le compagnie petrolifere e minerarie, le imprese del legname, gli agricoltori e i costruttori. Questi settori hanno più volte contestato l’utilizzo della normativa per sospendere progetti economici nelle zone in cui sono presenti animali classificati come minacciati o in pericolo di estinzione.
La sentenza della Corte Suprema del 1995
La precedente definizione di danno era stata confermata nel 1995 dalla Corte Suprema nel caso Babbitt v. Sweet Home Chapter of Communities for a Great Oregon. I giudici avevano riconosciuto la legittimità dell’interpretazione secondo cui la modifica significativa dell’habitat può costituire un danno quando provoca concretamente la morte o il ferimento della fauna.
Il testo che ora viene eliminato precisava che il danno poteva comprendere «una modifica o un degrado significativo dell’habitat» capace di compromettere comportamenti essenziali, tra cui riproduzione, alimentazione e riparo.
L’amministrazione ritiene che il quadro giuridico sia cambiato anche dopo la decisione con cui, nel 2024, la Corte Suprema ha ridimensionato il potere delle agenzie federali di interpretare autonomamente le leggi ambigue. I sostenitori della revisione considerano quindi superata una lettura affidata soprattutto alla discrezionalità degli organismi amministrativi.
Gli oppositori ricordano però che la sentenza del 1995 non imponeva di classificare ogni trasformazione ambientale come un reato. Era comunque necessario provare un collegamento tra il degrado dell’area e la morte o il ferimento effettivo degli animali.
Earthjustice annuncia la battaglia legale
Le organizzazioni ambientaliste si preparano a impugnare la norma davanti ai tribunali federali. Earthjustice, organizzazione legale specializzata nella tutela dell’ambiente, ha annunciato l’intenzione di contrastare il provvedimento, sostenendo che la nuova interpretazione sia incompatibile con il testo e con gli obiettivi dell’Endangered Species Act.
Secondo l’organizzazione, escludere il degrado degli habitat dalla definizione di danno potrebbe rendere molto più difficile intervenire prima che le popolazioni animali subiscano conseguenze irreversibili. La perdita degli spazi utilizzati per nutrirsi, riprodursi o trovare riparo rappresenta infatti una delle principali cause del declino delle specie.
«Siamo sull’orlo di vanificare 50 anni di progressi nella protezione della fauna selvatica americana», ha dichiarato Justin Pidot, professore di diritto ambientale all’Università dell’Arizona.
La battaglia giudiziaria potrebbe arrivare nuovamente davanti alla Corte Suprema, oggi caratterizzata da una maggioranza conservatrice. Gli ambientalisti dovranno dimostrare che i dipartimenti federali hanno oltrepassato i limiti concessi dalla legge o che la decisione è stata adottata senza un’adeguata base giuridica e scientifica.
La nuova norma segna così un’altra svolta nella politica ambientale di Trump. Il confronto non riguarda soltanto la tutela degli animali, ma il confine tra conservazione, proprietà privata e sviluppo economico nelle aree più sensibili del territorio americano.
