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Minetti-gate, padre adottivo in lacrime, “Ci hanno tolto il bambino senza spiegazioni”

Nel caso Minetti emergono nuove testimonianze: un padre uruguaiano racconta il percorso di adozione interrotto e contesta la versione sul bambino senza famiglia.

Minetti gate adozione Uruguay: la testimonianza del padre

Nuovi elementi emergono sul caso legato alla grazia concessa a Nicole Minetti, con una testimonianza diretta dall’Uruguay. A parlare è il padre di una famiglia incensurata che, già dal 2018, aveva avviato le pratiche per adottare il bambino poi al centro della vicenda.

Intervistato dall’emittente locale Telenoche, l’uomo ha ricostruito l’intero percorso: “Io ho iniziato a lavorare all’INAU e ho cominciato ad avere contatti con il bambino e, beh, ho iniziato a informarmi se fosse possibile adottarlo. Mi hanno detto di sì e abbiamo iniziato con tutte le pratiche”.

Le pratiche di adozione e il legame con il bambino

Il padre ha spiegato nel dettaglio le fasi della procedura, sottolineando i requisiti richiesti: “Sì, mi hanno chiesto di lasciare il lavoro lì, perché era il luogo in cui si trovava il bambino. Così ho smesso di lavorare e abbiamo iniziato a preparare tutta la documentazione che mi è stata richiesta”.

Tra i passaggi fondamentali: certificati, verifiche e valutazioni psicologiche. “La prima cosa che mi ha chiesto l’INAU di Maldonado, ricordo, è stato il certificato di buona condotta mio e di mia moglie. […] Dopo siamo andati da diverse psicologhe qui a Maldonado per iniziare la procedura e valutare se potevamo essere una famiglia adottiva”.

Nel frattempo, il bambino trascorreva già gran parte del tempo con la famiglia: “Sì, parte della giornata conviveva con noi. Anzi, la maggior parte del tempo stava con noi. Ha passato una festa, un 24 dicembre, con noi. Ricordo quando ha compiuto un anno. Ho i video, li ho io”.

La decisione finale e il racconto della famiglia

Nonostante il percorso completato, l’esito è stato diverso da quello atteso: “L’ultima volta ci dissero ‘siete idonei ad adottare’. Ma noi eravamo lì per quel bambino, con nome e cognome, non per un altro”.

Il momento decisivo è arrivato con una comunicazione telefonica: “Mi hanno detto ‘guarda, la questione di quel bambino è già definita, è stato dato in adozione a una famiglia molto legata a Maldonado’. Ho chiesto ‘straniera?’. E mi hanno detto ‘sì’”.

Il padre ha espresso amarezza per quanto accaduto: “Qui in Uruguay c’era una famiglia. Quello che abbiamo fatto, lo abbiamo fatto con l’anima. […] E poi dover dire ai miei figli che non porteremo quel bambino a casa…”.

E ha concluso: “Io sono una persona che non ha mai avuto problemi con nessuno […] e non è servito quello che avevo o quello che potevo offrire a quel bambino. L’hanno portato via dal Paese […] e mi hanno avvisato per telefono che il bambino non sarebbe stato con noi. E questo fa male, dà molto fastidio”.