“E’ bastato un topo per far tornare il circo pandemico”: Cerno contro media e virologi

Hantavirus, Tommaso Cerno critica il ritorno del linguaggio pandemico e accusa media e virologi di alimentare paura e panico.

Hantavirus, Cerno denuncia il ritorno del panico

Le nuove notizie sull’hantavirus riportano nel discorso pubblico parole e reazioni che, secondo Tommaso Cerno, ricordano da vicino gli anni del Covid. Il giornalista e direttore contesta il modo in cui il tema sanitario viene raccontato, sostenendo che il rischio sia quello di ricadere in un clima dominato da paura, allarmi e automatismi comunicativi.

Cerno usa toni duri per descrivere questa dinamica: “L’unico vaccino che avremmo dovuto ritrovarci in circolo, senza averlo mai iniettato, è quello contro il panico e la paura”. Il riferimento è alla gestione dell’emergenza Covid e alle conseguenze che, a suo giudizio, quella stagione avrebbe lasciato nel rapporto tra informazione, scienza e opinione pubblica.

“La follia del Covid, tra buona fede e malafede, virologi veri e falsi, azzeccagarbugli e premi Nobel che alla fine hanno trasformato una pandemia in una religione, disconoscendo le ragioni del dubbio alla scienza e trasformandola in magia, non ci ha insegnato invece proprio niente”, afferma Cerno.

Le parole contro media, virologi e allarmi sanitari

Nel suo intervento, Tommaso Cerno collega il nuovo allarme all’episodio di un topo in Argentina e al caso di un ornitologo che osservava uccelli in una discarica. Da qui, secondo il giornalista, sarebbe ripartito un meccanismo già visto: linguaggio emergenziale, richiami a quarantena, isolamento, mascherine e paura di nuove restrizioni.

“È bastato un topo in Argentina e un ornitologo che osservava gli uccelli in una discarica per far ricadere gli italiani nel circo mediatico e linguistico dell’apocalisse pandemica”, sostiene Cerno. Poi aggiunge: “Non esagero affatto, me ne frego dei topi e dell’Hantavirus, ma i sintomi di quel male ci sono già”.

Il passaggio più polemico riguarda il ruolo degli esperti e la presenza televisiva dei virologi. “Le parole sono le stesse, da quarantena a mascherina, fra un po’ qualcuno tornerà anche a parlare di lockdown. I virologi, come fattucchiere, si sfregano già le mani aspettando di riattaccarsi a Skype per pontificare sul sorcio maledetto che ci sta per aggredire dal fondo di una fogna dall’altro capo del mondo”.

La critica alla gestione del dopo Covid

Per Tommaso Cerno, il punto centrale non è soltanto l’hantavirus, ma la reazione che il solo nome di un nuovo virus produce nel dibattito italiano. Il giornalista sostiene che il Paese non abbia davvero elaborato gli anni del Covid e che una parte dell’informazione sia pronta a riattivare lo stesso schema comunicativo.

“Non sappiamo nemmeno se in Italia ci sia un caso su sessanta milioni di cristiani che crepano per mille ragioni un tanto al minuto. Eppure viene già lanciato l’allarme mentre i medici stanno ancora facendo i tamponi al malcapitato paziente zero e mettendo in isolamento turisti entrati in contatto con infetti”, dichiara Cerno.

La sua conclusione è una critica politica e culturale alla stagione pandemica e ai suoi riflessi attuali: “Di sicuro c’è già un virus che è tornato fastidioso come un ronzio e non è quello dei topi, ma la «covidite acuta», perché in questo Paese strampalato c’è qualcuno che ha nostalgia di quegli anni, che per me sono i peggiori. Non per la salute pubblica, ma per la salute mentale di chi li ha interpretati e trasformati in una maledizione che ritorna appena può”.

Infine, Cerno lega il tema alla gestione delle risorse pubbliche nel periodo successivo all’emergenza sanitaria: “Un mantra. Lo stesso nel nome del quale, scopriamo alla faccia dei topi, che abbiamo anche sperperato miliardi pubblici durante quei governi, con la scusa di ripartire. E, invece, siamo ladruncoli e ossessionati come prima”.

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