Giuseppe Cruciani critica la sospensione delle repliche di Report e respinge le ipotesi su Ranucci: «È lo stesso metodo che contesto a lui».
Giuseppe Cruciani prende le difese di Sigfrido Ranucci dopo la decisione della Rai di sospendere le repliche estive di Report. Pur dichiarandosi lontano dal metodo giornalistico del conduttore, la voce de La Zanzara considera inconsistenti le ricostruzioni che collegano Ranucci alle ipotesi emerse dopo l’attentato alla sua abitazione e ai rapporti con Valter Lavitola. Per Cruciani, condannare il giornalista sulla base di supposizioni significherebbe applicare proprio quel sistema che spesso viene rimproverato alla trasmissione di Rai 3.
La posizione arriva nel momento in cui la vicenda personale e professionale di Ranucci è tornata al centro dello scontro politico e mediatico. La sospensione delle repliche estive di Report viene letta da Cruciani come una scelta maturata mentre non esistono ancora riscontri sufficienti per attribuire al giornalista responsabilità o consapevolezze rispetto alle ipotesi circolate.
«Se dovessimo utilizzare il metodo Report, Ranucci sarebbe già condannato», ha osservato il conduttore di Radio 24. Subito dopo ha chiarito il proprio giudizio sulla scelta dell’azienda: «Per me, i motivi per cui la Rai forse lo fa fuori poggiano su ipotesi del tutto prive di riscontri. Quasi prive di fondamento».
Cruciani contro la sospensione di Ranucci: «La Rai vuole farlo fuori»
Il ragionamento di Cruciani parte da una distinzione netta. Da una parte resta la sua critica allo stile di Report, accusato più volte di trasformare sospetti, collegamenti e domande in una rappresentazione già orientata dei fatti. Dall’altra c’è il rifiuto di utilizzare lo stesso criterio contro Ranucci soltanto perché il giornalista è finito al centro di una vicenda controversa.
«La Rai vuole farlo fuori – spiega Giuseppe Cruciani – e i giornali di destra danno per scontato che si sia messo una bomba. Ma se stiamo all’ipotesi del martirio, io penso che lui ne sia estraneo».
Cruciani non nasconde quindi le proprie distanze professionali dal conduttore di Report, ma considera scorretto attribuirgli una responsabilità senza elementi concreti. «Poi uno potrebbe dire: Come poteva non sapere? Uno potrebbe dirlo – sostiene Cruciani – come fanno la Rai e alcuni giornali, ma io non lo dico. Perché mi fa orrore. E perché è lo stesso metodo di Ranucci».
Il punto centrale della sua replica riguarda il confine tra interrogativi legittimi e conclusioni anticipate. Secondo il giornalista, chiedersi cosa sapesse Ranucci o quale fosse la natura dei suoi rapporti con Lavitola può rientrare nel lavoro dell’informazione. Diverso sarebbe considerare quelle domande sufficienti per arrivare a una condanna politica o professionale.
Il rapporto con Lavitola e la critica ai due pesi e due misure
Nel confronto è entrato anche il rapporto tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola, sul quale sono emersi incontri, frequentazioni e un progetto politico che avrebbe dovuto misurare il potenziale elettorale del conduttore.
Cruciani ritiene legittimo discutere l’opportunità di quelle relazioni, soprattutto considerando l’immagine pubblica costruita da Ranucci attraverso le sue inchieste. Tuttavia, contesta l’idea che un’amicizia o una cena possano trasformarsi automaticamente nella prova di un coinvolgimento in fatti più gravi.
Il conduttore ha anche proposto un paragone con alcuni giornalisti dell’area di centrodestra: «Se a cena con Lavitola fossero stati Belpietro, Porro, Capezzone, Sallusti, Feltri, il sottoscritto, ci avrebbero messi al muro o crocifissi».
Allo stesso tempo, ha riconosciuto che neppure l’informazione più vicina al governo avrebbe risparmiato Ranucci, parlando diffusamente delle ombre sull’attentato e delle ipotesi sulla presunta costruzione di un martirio mediatico.
Cruciani respinge però entrambe le letture più estreme. Non ha mai considerato Ranucci un pericolo tale da giustificare un attentato proveniente da ambienti politici avversari e non crede neppure alla teoria secondo cui la bomba sarebbe servita a rafforzarne l’immagine in vista di un ingresso in politica.
«Io non ho mai creduto che Ranucci rappresentasse un pericolo. Forse qualche inchiesta avrà dato fastidio. Ma figuriamoci se ho creduto che, dietro la bomba, ci fossero ambienti di destra. E figuriamoci se credo alla teoria del martirio e della candidatura».
«Ranucci può essere amico di chi vuole»: il limite indicato da Cruciani
Sul rapporto personale con Lavitola, la posizione di Cruciani resta garantista: «Uno come Ranucci può essere amico di chi vuole». La libertà di frequentare una persona, secondo il conduttore, non può essere trasformata da sola in una responsabilità pubblica o giudiziaria.
Resta però una contraddizione, almeno sul piano dell’immagine: «Si può discutere del fatto che uno come lui, duro e puro, frequenti i pregiudicati. Perché è un po’ incoerente».
Cruciani distingue inoltre tra amicizie e fonti giornalistiche. Chi conduce inchieste delicate può necessariamente entrare in contatto con persone dal passato discusso, perché proprio da quegli ambienti possono arrivare documenti, informazioni e testimonianze. Il problema nasce quando il rapporto supera la dimensione professionale, ma neppure questo autorizza ad attribuire automaticamente al giornalista comportamenti illeciti.
«Lavitola non è un pedofilo. È una persona con un passato discusso, certo, a maggior ragione per l’immagine pubblica che si è data Ranucci. Ma ognuno frequenta chi vuole».
La difesa di Ranucci non diventa quindi un’assoluzione del suo metodo giornalistico né una negazione delle domande aperte. Cruciani chiede piuttosto che la Rai e l’informazione applichino al conduttore di Report le garanzie che lo stesso programma, a suo giudizio, non sempre avrebbe riconosciuto ai protagonisti delle proprie inchieste. Sospenderlo sulla base di ricostruzioni ancora prive di conferme significherebbe riprodurre il medesimo meccanismo che oggi viene utilizzato per contestarlo.
