Capezzone travolge Conte e Ranucci: «Possibile che non sapessero nulla?»

Daniele Capezzone incalza Giuseppe Conte e Sigfrido Ranucci sui casi mascherine e Lavitola, chiedendo chiarezza sulle rispettive responsabilità.

Daniele Capezzone mette nel mirino Giuseppe Conte e Sigfrido Ranucci, accostando due vicende profondamente diverse ma, a suo giudizio, unite dalla stessa domanda: è credibile che due figure considerate attente, preparate e abituate ad anticipare le mosse altrui non si siano accorte di ciò che accadeva intorno a loro? Da una parte ci sono le polemiche sugli appalti per le mascherine durante l’emergenza Covid; dall’altra i rapporti tra il conduttore di Report e Valter Lavitola, coinvolto nell’inchiesta sull’attentato compiuto contro l’abitazione del giornalista.

L’editoriale mantiene una premessa garantista: i fatti devono ancora essere accertati e le accuse non possono essere trasformate in sentenze. Capezzone, però, contesta la rappresentazione di Conte e Ranucci come persone completamente ignare di circostanze che avrebbero interessato direttamente i loro ambiti politici, professionali e personali.

«Giuseppe Conte e Sigfrido Ranucci, ciascuno a suo modo, sono due tipi a cui non sfugge uno spillo», osserva il giornalista, descrivendoli come «due tattici abilissimi» e «due giocatori di scacchi allenatissimi a intuire e ad anticipare le mosse altrui».

Da qui il tono provocatorio della domanda: è possibile che entrambi siano stati sorpresi dagli eventi «come due ingenue imitazioni di Cappuccetto Rosso»?

Capezzone incalza Giuseppe Conte sul caso delle mascherine

Il primo fronte riguarda la gestione degli approvvigionamenti sanitari durante la pandemia e, in particolare, l’appalto da oltre 1,25 miliardi di euro per l’acquisto di mascherine. Capezzone elenca una serie di circostanze delle quali l’allora presidente del Consiglio dovrebbe sostenere di non essere stato informato.

Secondo la ricostruzione polemica dell’editorialista, Conte non avrebbe saputo delle eventuali anomalie nei prezzi finali, della mancata attivazione di alcuni controlli e dei problemi di conformità contestati per una parte dei dispositivi acquistati.

Il giornalista richiama inoltre il ruolo dell’allora direttore dell’Agenzia delle Dogane, nominato durante il governo Conte, e quello dei vertici dell’intelligence. In quel periodo, infatti, il presidente del Consiglio aveva conservato anche la delega sui servizi di sicurezza.

Tra i passaggi citati c’è anche la posizione dell’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, ascoltato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid. La questione centrale è stabilire quali informazioni fossero arrivate a Palazzo Chigi, quando fossero state comunicate e chi ne fosse effettivamente a conoscenza.

Capezzone aggiunge poi il capitolo relativo agli ex colleghi di studio di Conte, chiamati in causa da accuse riguardanti presunte richieste anomale rivolte ad alcuni imprenditori. Anche in questo caso, però, si tratta di contestazioni che devono essere valutate nelle sedi competenti e che non consentono automatismi sulle responsabilità dell’ex premier.

La conclusione politica dell’editorialista è particolarmente dura: «Delle due l’una: o qualcuno ci sta imbrogliando selvaggiamente, oppure, se tutta questa sfilza di mancate attività e controlli è effettivamente avvenuta, allora siamo di fronte a una gestione improntata a una ridicola e spaventosa incapacità politica».

I rapporti tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola

La seconda parte dell’attacco riguarda Sigfrido Ranucci e il suo rapporto con Valter Lavitola. Capezzone distingue esplicitamente l’attentato contro l’abitazione del conduttore dalle altre circostanze citate: allo stato degli accertamenti, chiarisce, non esistono elementi per sostenere che Ranucci sapesse chi vi fosse dietro l’ordigno.

«In questa fase e a questo stadio dell’inchiesta, non ce la sentiamo proprio di dire che Sigfrido sapesse. Ci mancherebbe», precisa.

L’editorialista concentra invece l’attenzione sui frequenti contatti tra i due e su alcune inchieste trasmesse da Report. Richiama i servizi dedicati ai crediti di carbonio, settore al quale Lavitola sarebbe stato interessato, gli approfondimenti sui politici di Fratelli d’Italia nel Lazio e la puntata sul Cantiere navale Vittoria di Rovigo.

Nell’elenco compaiono anche il servizio dedicato al deputato Gimmi Cangiano, le dichiarazioni rese da Ranucci durante un’audizione parlamentare sul sottosegretario Giovanbattista Fazzolari e gli attacchi rivolti dal programma ai giornali del gruppo Angelucci.

Capezzone insiste soprattutto sulla frequentazione personale tra il conduttore e Lavitola, descrivendo pranzi, cene e incontri avvenuti anche negli ambienti della Rai. Non afferma che tali rapporti dimostrino un coinvolgimento di Ranucci nelle attività contestate all’imprenditore, ma sostiene che rendano necessaria una spiegazione più approfondita.

«I fatti sono tutti da accertare e noi non abbiamo alcuna sicurezza, anzi siamo e restiamo garantisti, ma o Sigfrido è fuori forma e perde colpi, oppure pensa che ad essere fuori forma e a perdere colpi siamo noi che lo seguiamo».

Il precedente del “non poteva non sapere” usato contro Berlusconi

La parte conclusiva dell’intervento sposta il confronto sul terreno politico e mediatico. Capezzone si domanda con quale credibilità Ranucci e gli ospiti di Report potranno continuare a contestare ad altri esponenti pubblici frequentazioni controverse, colloqui inopportuni o presunte cattive compagnie senza chiarire fino in fondo il rapporto con Lavitola.

Il giornalista rifiuta comunque il principio del «non poteva non sapere», considerandolo incompatibile con una corretta valutazione delle responsabilità individuali. Subito dopo, però, ricorda che lo stesso teorema sarebbe stato utilizzato per anni contro Silvio Berlusconi.

«A noi il teorema “non poteva non sapere” fa orrore. Ma è esattamente quello che questi signori hanno per vent’anni scagliato contro Silvio Berlusconi. Se ne sono dimenticati? Noi no».

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