Daniele Capezzone attacca Matteo Lepore e il centrosinistra dopo il caso Fakir: «Gli agenti meritano solidarietà, una stretta di mano e un encomio».
La morte di Abderrahim Fakir, avvenuta al Pilastro di Bologna durante un intervento della polizia, continua a produrre conseguenze politiche. A intervenire con parole durissime è stato Daniele Capezzone, direttore de Il Tempo, che a 4 di Sera ha accusato il sindaco Matteo Lepore, i leader del centrosinistra e una parte della stampa di avere costruito una narrazione ostile agli agenti prima che i fatti fossero completamente chiariti.
Il caso risale alla mattina di domenica 19 luglio, quando Fakir, 42 anni, è morto durante un intervento della polizia in via Svevo. Da quel momento la vicenda è diventata rapidamente un tema nazionale, con manifestazioni, esposti, reazioni politiche e accuse rivolte alle forze dell’ordine.
Secondo Capezzone, il quadro emerso dalle immagini registrate dalle bodycam imporrebbe ora un cambio di prospettiva. Il direttore sostiene che l’attenzione non debba concentrarsi soltanto sulle circostanze della morte, ancora oggetto di accertamenti, ma anche sulle responsabilità politiche e mediatiche di chi avrebbe giudicato prematuramente l’operato degli agenti.
Caso Fakir, Capezzone contro Lepore e il centrosinistra
L’attacco più diretto è rivolto a Matteo Lepore, accusato di avere assunto una posizione politicamente inaccettabile nelle ore successive alla morte di Fakir.
«Penso che tanti, per primo il sindaco di Bologna Lepore che si è comportato in modo politicamente vergognoso, poi tutti i leader del centrosinistra che lo hanno difeso e poi i media di sinistra a partire da ‘Repubblica’ dovrebbero questa sera scusarsi con quegli agenti che allo stato attuale meritano loro la nostra solidarietà e perfino una stretta di mano e un encomio».
Nelle parole di Capezzone vengono indicate tre responsabilità differenti. La prima riguarda il sindaco di Bologna, contestato per il modo in cui avrebbe gestito politicamente il caso. La seconda coinvolge i rappresentanti nazionali del centrosinistra che avrebbero difeso le sue posizioni. La terza chiama in causa alcuni organi di informazione, accusati di avere orientato la lettura dell’episodio prima che fossero disponibili tutti gli elementi.
Il direttore de Il Tempo ritiene quindi che gli agenti intervenuti debbano ricevere non soltanto solidarietà, ma anche un riconoscimento pubblico. Una posizione che ribalta completamente le accuse formulate nelle prime ore e che riporta al centro il principio della prudenza davanti a un’indagine ancora aperta.
Le immagini delle bodycam consegnate alla Procura
Un elemento centrale della ricostruzione è rappresentato dalle immagini registrate dalle bodycam indossate dai due poliziotti intervenuti in via Svevo. Il materiale è stato consegnato alla Procura di Bologna ed è stato in parte mostrato anche in televisione.
Le registrazioni possono offrire agli inquirenti una sequenza diretta dell’intervento, consentendo di verificare il comportamento degli agenti e i momenti che hanno preceduto la morte del 42enne. Proprio per questo le bodycam assumono un ruolo determinante, perché permettono di confrontare testimonianze e ricostruzioni con immagini registrate sul posto.
Per Capezzone, la diffusione di parte del materiale avrebbe già mostrato quanto fosse imprudente attribuire responsabilità immediate alla polizia. La sua critica riguarda soprattutto la velocità con cui la vicenda sarebbe stata trasformata in un caso politico, senza attendere gli accertamenti della magistratura.
La questione non riguarda soltanto il singolo intervento, ma il rapporto tra forze dell’ordine, istituzioni e opinione pubblica. Quando le immagini sono ancora al vaglio degli inquirenti, sostiene il direttore, le prese di posizione politiche rischiano di anticipare conclusioni che spettano esclusivamente alla giustizia.
«L’agente ha comprato la bodycam con 400 euro propri»
Il passaggio più significativo dell’intervento di Capezzone riguarda la provenienza della bodycam utilizzata da uno degli agenti. Secondo quanto dichiarato dal giornalista, il dispositivo non sarebbe stato fornito dall’amministrazione, ma acquistato direttamente dal poliziotto.
«La bodycam l’agente se l’è comprata a sue spese spendendo 400 euro proprio per tutelarsi, tanto per capire come sono per bene la stragrande maggioranza delle nostre forze dell’ordine, il 99,9%».
Per Capezzone, questo dettaglio dimostrerebbe la volontà dell’agente di rendere documentabile ogni fase del proprio intervento e di proteggersi da eventuali accuse. L’acquisto personale del dispositivo viene quindi presentato come una scelta di trasparenza, compiuta prima ancora che l’utilizzo delle bodycam diventasse una dotazione stabile e generalizzata.
Il direttore utilizza il caso per difendere più in generale le forze dell’ordine, sostenendo che la grande maggioranza degli agenti svolga il proprio lavoro con correttezza e senso di responsabilità. Le immagini registrate, ora nelle mani della Procura, saranno determinanti per ricostruire con precisione quanto avvenuto.
