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Saviano in lacrime: condannati Bidognetti e Santonastaso, “Mi hanno rubato la vita”

Confermate in Appello le condanne per minacce mafiose contro Saviano e Capacchione: dopo 16 anni, il pianto dello scrittore abbracciato al suo avvocato.

Sentenza definitiva: condannati boss e legale per minacce aggravate dal metodo mafioso

La Corte d’Appello di Roma ha messo la parola fine a un processo lungo sedici anni. Nel pomeriggio del 14 luglio, la Prima Sezione ha confermato le condanne a Francesco Bidognetti, boss del clan dei Casalesi, e all’avvocato Michele Santonastaso, per aver minacciato con modalità mafiose Roberto Saviano e la giornalista Rosaria Capacchione nel 2008, durante il processo “Spartacus” a Napoli.

La decisione ricalca quella del primo grado pronunciata il 24 maggio 2021: un anno e sei mesi per Bidognetti, un anno e due mesi per Santonastaso. Le minacce non furono generiche: puntavano a intimidire due nomi simbolo del giornalismo d’inchiesta, colpevoli – agli occhi della camorra – di aver fatto luce sui rapporti tra clan, affari e politica.

Saviano in aula: “Questa non è una vittoria, è sopravvivenza”

Al termine della lettura della sentenza, Roberto Saviano è scoppiato in lacrime. Si è stretto in un lungo abbraccio con il suo avvocato, Antonio Nobile, mentre nell’aula è scattato un applauso spontaneo. Un momento carico di emozione, figlio di un’attesa durata oltre tre lustri.

Mi hanno rubato la vita”, ha dichiarato Saviano, con la voce rotta dalla commozione. Poi ha aggiunto: “Sedici anni di processo non sono una vittoria per nessuno. Ma oggi ho la dimostrazione che la camorra teme l’informazione più di qualsiasi altra cosa”.

Il riferimento è chiaro: nel 2008, durante l’arringa difensiva, l’avvocato Santonastaso – su mandato diretto del boss – fece i nomi di Saviano e Capacchione, indicandoli come responsabili morali delle condanne inflitte al clan. Una strategia intimidatoria, mirata a delegittimare il lavoro dei giornalisti. “Hanno detto apertamente in aula che i giornalisti erano i nemici. Non la politica. Questo è un attacco alla libertà di stampa”, ha aggiunto lo scrittore.

Il dolore dietro la resistenza: “Non ho più una vita normale”

Questa sentenza arriva a pochi giorni da un’intervista rilasciata da Saviano a Gianluca Gazzoli, nella quale ha rivelato di aver pensato al suicidio. “Sono arrivato a un punto in cui ho pensato di farla finita”, ha confessato lo scrittore, da anni sotto scorta.

La vicenda giudiziaria, che si è conclusa con la conferma della colpevolezza dei due imputati, non cancella le conseguenze devastanti sul piano personale. “La mia vita è stata spezzata nel 2008. Da allora vivo sotto protezione, senza intimità, senza libertà”, ha detto Saviano.

Eppure, da questo processo esce anche una certezza: la camorra ha paura della verità. E chi la racconta, con coraggio e determinazione, può ancora fare la differenza.