Scontri no Tav, poliziotti contro Pd: “Difendete i violenti, non chi garantisce la sicurezza”
Sindacati di polizia attaccano il Pd dopo i nuovi assalti No Tav, denunciando isolamento operativo e scelte politiche considerate ambigue sulla sicurezza.
La rabbia delle Forze dell’Ordine dopo gli scontri in Val di Susa
L’ennesimo assalto ai cantieri della Tav in Val di Susa ha riacceso un clima di forte tensione tra le Forze dell’Ordine e il mondo politico. Dopo il ferimento di un agente a Chiomonte, i sindacati di polizia hanno diffuso dichiarazioni durissime contro chi, a loro avviso, minimizzerebbe la violenza dei gruppi antagonisti legati ad Askatasuna.
A finire nel mirino è anche il Pd, accusato da più voci sindacali di non assumere una posizione netta di fronte agli attacchi coordinati che da anni bersagliano i presidi. «Ci sono amministratori che ancora permettono a questi criminali di mantenere basi operative in città», denunciano portavoce della Fsp, puntando il dito sul ruolo della politica locale e sulla gestione degli spazi che, secondo gli agenti, favorirebbe l’organizzazione degli assalti.
«Gli aggressori arrivano con bombe carta, bulloni, chiodi e perfino catapulte rudimentali: l’obiettivo è colpire chi rappresenta lo Stato». La rabbia degli operatori nasce anche dalla percezione di un crescente isolamento: «Restiamo fermi a fare da bersaglio. Contiamo i feriti, mentre si discute se la repressione sia proporzionata».
Un malessere diffuso che, secondo i sindacati, non trova adeguata attenzione nei partiti dell’opposizione.
Le accuse: “Il Pd alimenta ambiguità sulla sicurezza”
Le dichiarazioni successive hanno ampliato il fronte delle critiche. Il Coisp, con il segretario Domenico Pianese, ha parlato apertamente di «tecnica eversiva pianificata», sottolineando come gli assalti non abbiano nulla a che vedere con il dissenso democratico.
“È inaccettabile che strutture come Askatasuna siano ancora operative e che certe posizioni politiche sembrino giustificare l’attacco sistematico alla polizia», afferma. Il Silp-Cgil chiede strumenti difensivi più efficaci, mentre il Siulp evidenzia la continuità degli episodi violenti che espongono quotidianamente gli agenti a rischi crescenti. Nel frattempo, il segretario del Sap, Stefano Paoloni, avverte che «prima o poi ci scapperà un agente morto» se non verrà interrotto l’escalation.
A rendere più profondo il fossato con alcune posizioni del Pd sono anche le polemiche sull’Ambrogino assegnato al Nucleo Radiomobile di Milano, coinvolto nel caso Ramy. Per i sindacati, le critiche provenienti da sinistra rappresentano un tentativo di delegittimazione delle Forze dell’Ordine.
«Si confonde chi fa rispettare le regole con chi le infrange», afferma Paoloni, mentre dal Nuovo Sindacato Carabinieri denunciano una parte politica che «non abbassa i toni e colpevolizza chi fa il proprio dovere».
La percezione, condivisa da molte sigle, è che una parte dell’opposizione non riconosca pienamente la gravità degli assalti e la difficoltà quotidiana degli agenti.
Pressione crescente e richiesta di un cambio di passo politico
Il quadro che emerge è quello di un malessere che supera la contingenza degli scontri e tocca la relazione tra Forze dell’Ordine e classe politica. In più comunicati, i sindacati lamentano che le condizioni operative siano al limite e che le decisioni politiche non tengano conto dell’intensità degli attacchi.
Per gli agenti, il dibattito pubblico oscilla tra accuse e giustificazioni, senza affrontare la questione centrale: la violenza organizzata nei confronti dello Stato. «Serve un cambio di passo immediato. Non si può continuare a contare i feriti tra i colleghi», sintetizza una nota congiunta.
Mentre la tensione cresce, la richiesta di una presa di posizione chiara da parte del Pd diventa un nodo politico inevitabile, soprattutto alla luce delle scelte amministrative contestate e del peso delle narrazioni pubbliche sulla sicurezza.
