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Boldi escluso, Feltri contro il bavaglio morale: “Punita una battuta, vietata la risata”

Per Vittorio Feltri, l’esclusione di Massimo Boldi da Milano-Cortina è il simbolo di un’Italia dominata dal moralismo, dove una battuta vale più dei fatti e la risata diventa colpa.

Feltri: “Serve il bavaglio per sopravvivere nel dibattito pubblico”

Secondo Vittorio Feltri, per sopravvivere oggi nel dibattito pubblico non basta più il casco: “Servirebbe un bavaglio”. O, peggio ancora, un dizionario autorizzato con parole permesse e parole vietate, accompagnato da un tribunale morale pronto a impiccarti in piazza per una battuta sbagliata.

L’editorialista parte dal caso che ha coinvolto Massimo Boldi, estromesso dalla lista dei tedofori di Milano-Cortina 2026 per una frase pronunciata in un’intervista: “Il mio sport è la figa.

Altro che neve, amo l’aperitivo”. Una frase volgare, ammette Feltri, ma non un insulto, né un incitamento alla violenza, né un gesto ignobile.

“È una sparata, una battuta da bar”, perfettamente coerente con un comico che “da quarant’anni fa Boldi, non il professorone del Galateo”.

Comicità sotto processo e inquisizione morale

Feltri si chiede da quando la comicità debba essere approvata da un comitato etico e quando l’ironia, anche la più rozza, sia diventata un crimine civile.

“Da quando per portare una fiaccola bisogna dimostrare di essere puri, immacolati, inclusivi, educati, perfetti, piegati?”, scrive, parlando apertamente di una deriva che “assomiglia sempre di più a un regime islamico”.

Il richiamo ai valori olimpici – rispetto, unità, inclusione – non lo convince. Feltri lancia una sfida diretta: dov’è l’oltraggio alle donne? Qual è la donna concreta che sarebbe stata umiliata?

“Sfido chiunque a dimostrare che una battuta del genere produca un danno reale”, afferma, contrapponendo a questo presunto scandalo il vero danno, quello sì reale: “l’isteria moralista”, il clima da inquisizione e la società in cui ogni parola viene pesata come se fosse dinamite.

Per Feltri, non stiamo diventando più rispettosi, ma più vigliacchi, abituati a chiedere scusa per tutto: per una battuta, per un carattere, per un’identità artistica.

“Vietare la risata significa vietare la vita”

Nel ragionamento di Vittorio Feltri, Massimo Boldi non è un diplomatico dell’Onu, ma un comico popolare che ha costruito la propria carriera su un umorismo legato a una stagione culturale italiana in cui si rideva anche del corpo, del desiderio e delle debolezze umane.

“Non era odio, era solo una risata”, a volte elegante, a volte cafona.

Feltri vede un progetto preciso: vietare l’ironia, perché l’ironia è pericolosa, ridicolizza il potere e smaschera le retoriche. Per questo viene punita.

Ma il punto, avverte, è più profondo: una società che non consente più di scherzare, di essere spontanei e imperfetti, perde qualcosa di essenziale. Non solo la libertà di parola, ma la libertà di vivere.

“Non si può vivere con la pistola puntata alla tempia del linguaggio”, scrive.

Non si può vivere con la paura costante di essere cancellati per una frase, in un mondo dove l’unico tono ammesso è quello piagnone e vittimista.

Il paradosso finale è amaro: ci si indigna per le parole e si tollera l’inferno dei fatti. Si colpisce una battuta perché è più facile che affrontare il vero male.

La conclusione è netta: “Il problema non è Boldi. Il problema è una società che, vietando la risata, ci condanna a piangere. E una società che non sa più ridere è già mezza morta”.