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“Altro che inclusione, serve la repressione”: Cruciani infiamma la tv dopo il delitto a scuola

A Dritto e rovescio duro scontro dopo l’omicidio di un 18enne a scuola a La Spezia: Cruciani invoca la mano pesante dello Stato, Repubblica replica puntando su educazione e prevenzione.

L’affondo di Cruciani: “Qui serve la cultura della repressione”

Il dibattito sull’omicidio di un 18enne avvenuto in una scuola a La Spezia, ucciso da un coetaneo, accende lo studio di Dritto e rovescio. Ospite di Rete 4, Giuseppe Cruciani sceglie parole nette e senza mediazioni.

Sento parlare di cultura dell’integrazione o dell’inclusione, che bisogna insegnare… Certamente, sono cose che devono essere affidate alla famiglia. Ma qui ci vuole la cultura della repressione!”, afferma il conduttore radiofonico, intervenendo nello studio guidato da Paolo Del Debbio.

Per Cruciani, il problema è strutturale e riguarda la percezione dell’autorità dello Stato. “Io credo che alla base di tutto quello che avviene ci sia il fatto che questi giovani, ma anche i meno giovani, abbiano ben chiaro che non ci sono leggi che li puniscono severamente”, prosegue.

Un’analisi che ribalta il racconto dominante sull’inclusione e chiama in causa direttamente l’efficacia del sistema penale.

“Idea di impunità”: l’accusa allo Stato

Il conduttore de La Zanzara su Radio 24 insiste sul concetto di deterrenza mancata. “Altro che cultura dell’inclusione, ci deve essere la mano pesante dello Stato quando si commettono i delitti”, afferma, sostenendo che tra i giovani si sia diffusa “un’idea dell’impunità”.

Secondo Cruciani, molti reati sarebbero il frutto della convinzione che lo Stato “in fin dei conti non sia poi così severo”.

Una lettura che collega direttamente l’escalation di violenza giovanile all’assenza di sanzioni percepite come certe e immediate, soprattutto in contesti scolastici e tra minorenni o giovani adulti.

La replica di Repubblica: “Il problema è l’educazione, non la repressione”

Di segno opposto l’intervento di Matteo Pucciarelli, firma di la Repubblica, che contesta apertamente la linea della repressione. “Non sono d’accordo sulla cultura della repressione!”, afferma, ricordando come negli ultimi anni “nelle carceri minorili siano raddoppiati i minori reclusi” e come “le nostre carceri scoppino”.

Per Pucciarelli, la risposta non può essere solo penale. “Il problema non è la repressione ma l’educazione e la prevenzione”, sostiene, portando l’esperienza diretta di insegnanti che segnalano un elemento ricorrente nelle risse e nelle violenze tra adolescenti: “Uno dei principali motivi è sempre uno solo, il possesso della donna”.

Da qui la proposta: affrontare il tema attraverso l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. “Le donne non sono un oggetto”, conclude, indicando nella formazione culturale e relazionale uno strumento per prevenire derive violente.

Uno scontro netto, che riflette due visioni opposte sul ruolo dello Stato di fronte alla violenza giovanile, esploso in diretta televisiva all’indomani di un fatto di cronaca che ha scosso il Paese.