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Capezzone chiama alla rivolta civile: «Basta supercasta delle toghe, al referendum si vota Sì»

Daniele Capezzone invita a una ribellione civile contro la magistratura: referendum come risposta a trent’anni di Repubblica giudiziaria e a un potere ritenuto ormai senza limiti.

Daniele Capezzone e l’appello alla “ribellione gentile”

Secondo Daniele Capezzone, «i dovrà pur essere un limite a un certo punto». Il direttore editoriale lancia un appello diretto ai cittadini, invitandoli a reagire attraverso quella che definisce una “ribellione gentile”, da esercitare recandosi alle urne del 22-23 marzo e votando al referendum sulla giustizia.

Capezzone richiama la storia di copertina pubblicata su Il Tempo, tra toghe e polizze, sostenendo che non si tratti di una battaglia ideologica, ma di una presa di posizione necessaria dopo oltre trent’anni di quella che definisce “Repubblica giudiziaria”.

A suo giudizio, il referendum rappresenta l’occasione concreta per porre un argine a un potere che si sarebbe progressivamente sottratto a ogni controllo democratico.

Csm, Gip e separazione delle carriere

Nel suo ragionamento, Daniele Capezzone chiarisce che il voto referendario non riguarda un solo aspetto tecnico.

Non si tratta soltanto di «spazzar via le correnti del Csm», grazie al sorteggio che le metterebbe fuori gioco, un meccanismo che ricorda come in passato fosse apprezzato anche da Nicola Gratteri e da esponenti oggi schierati per il No.

Capezzone cita anche il rafforzamento del Gip, definito oggi «prigioniero dell’accusa», raramente in grado di opporsi alle richieste della procura.

Altro punto centrale è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, pratica diffusa, sottolinea, «in tutti i Paesi dell’Occidente avanzato». Un dato che, a suo avviso, dovrebbe bastare a chiudere il dibattito: «Se tutto il mondo va in una direzione e solo noi no, forse è il caso di farsi qualche domanda».

Con una battuta, «scherzando ma non troppo», arriva persino a evocare la necessità di separare le carriere di marito e moglie, a dimostrazione di quanto, secondo lui, il sistema attuale sia diventato autoreferenziale.

La critica alla “supercasta” giudiziaria

Il cuore dell’intervento di Daniele Capezzone è politico. Le questioni tecniche, pur rilevanti, passano in secondo piano rispetto all’obiettivo di dire alla magistratura che «non ne possiamo più».

Capezzone parla apertamente di una “supercasta giudiziaria” che, nel tempo, avrebbe assunto un ruolo assimilabile a quello che lo Statuto Albertino riservava al re, definito «sacro e inviolabile».

Secondo questa lettura, i magistrati – «funzionari pubblici non eletti e meri vincitori di un concorso» – sarebbero arrivati a pretendere di essere sottratti alla critica pubblica, bollando ogni dissenso come “delegittimazione”.

Un’impostazione che, a suo dire, si riflette in un protagonismo costante: interviste, convegni, conferenze, comparsate televisive e prese di posizione politiche che sconfinano nel ruolo di Governo e Parlamento.

Capezzone denuncia una situazione nella quale le toghe intervengono direttamente nella discussione pubblica, reagendo con durezza a qualsiasi critica e proponendosi come surrogato dell’opposizione politica. Un’anomalia che, sostiene, non sarebbe tollerata nelle principali democrazie occidentali.

Il calo di fiducia e l’appello finale al voto

Nel suo intervento, Daniele Capezzone ricorda come in passato la magistratura fosse oggetto di vera e propria idolatria anche nei sondaggi. Il crollo degli indici di fiducia attuali, secondo lui, ha una spiegazione precisa: «Un numero crescente di italiani non considera più i magistrati imparziali».

Che i cittadini abbiano ragione o torto, osserva, è discutibile. Ma il nervosismo con cui le toghe reagiscono alle critiche sarebbe il segnale di una crescente insicurezza.

Per questo, conclude, non serve più una battaglia di parole. «Ora tocca ai cittadini. Tra otto settimane basterà barrare il Sì sulla scheda referendaria».