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“Io non tradii nessuno, Vannacci sì”: Fini scarica Salvini e boccia l’eurodeputato

Il confronto tra Roberto Vannacci, Matteo Salvini e Gianfranco Fini riaccende il dibattito politico. L’ex leader di An respinge il paragone e parla di cinismo e opportunismo.

Il paragone lanciato da Salvini e la replica di Vannacci

La frattura tra Roberto Vannacci e la Lega apre una nuova fase di tensione nel centrodestra. A innescare il dibattito è Matteo Salvini, che davanti all’uscita del generale-eurodeputato dal Carroccio ha evocato un precedente pesante: quello di Gianfranco Fini, ex presidente della Camera e già leader di Alleanza Nazionale, che lasciò il Pdl di Silvio Berlusconi.
Un paragone che Vannacci respinge, ribaltando la prospettiva. Il generale sostiene di sentirsi più vicino al percorso di Giorgia Meloni, partita da percentuali minime prima di guidare il primo partito del Paese. Un’autonarrazione che punta a trasformare la rottura in un atto fondativo, proiettato verso un futuro politico autonomo.

La risposta di Fini: “Nulla di comparabile alla mia storia”

A spegnere l’operazione arriva però la replica diretta di Gianfranco Fini, intervistato dal Corriere della Sera. Il giudizio è netto: “La cifra della comunicazione di Salvini è sempre stata la superficialità, l’approssimazione. Il paragone tra me e Vannacci non sta minimamente in piedi”.
Fini ricostruisce il proprio addio al Pdl chiarendo che non si trattò di una scissione volontaria: “Io non me ne sono andato dal Pdl che avevo contribuito a fondare. Fui dichiarato incompatibile da Berlusconi”, ricorda, citando la richiesta di dimettersi dalla presidenza della Camera se avesse continuato a esprimere posizioni autonome. “Non ci furono traditi né traditori, fu l’epilogo di una frattura politica”.
Da qui la distinzione con l’attuale vicenda: “Nulla di minimamente comparabile alla mia storia. La loro è stata una brevissima e spregiudicata convergenza di interessi, senza retroterra e senza strategia politica”.

“Candidatura furbesca e cinismo”: l’affondo finale

L’ex leader di An non risparmia critiche a Salvini, accusato di aver candidato Vannacci con un calcolo tattico: “Salvini candidò Vannacci nella furbesca convinzione che gli fosse utile e non potesse essere un problema”. Alla domanda se Vannacci dovrebbe dimettersi da europarlamentare dopo l’uscita dalla Lega, Fini risponde senza esitazioni: “Il suo cinismo lo esclude a priori”.
La previsione è altrettanto severa: “I prossimi mesi ci diranno se quel cinismo con cui Vannacci ha rinnegato la fedeltà alla parola data gli porterà i voti che sogna. Personalmente ho molti dubbi”.
Il confronto si chiude così con tre narrazioni contrapposte: Salvini che legge la scissione come un déjà-vu politico, Vannacci che rivendica un destino alla Meloni, e Fini che smonta entrambi, negando qualsiasi continuità storica e riducendo la rottura a un’operazione priva di profondità strategica. L’esito, secondo l’ex presidente della Camera, non dipenderà dagli slogan ma dalla capacità reale di trasformare un gesto individuale in consenso duraturo.