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Caso Rogoredo, Cruciani cambia linea e attacca, “Chi mente con la divisa è peggio dei banditi”

La cronaca può trasformarsi in campo minato, soprattutto quando un fatto giudiziario diventa immediatamente simbolo politico.
È quanto accaduto nel caso di Rogoredo, dove l’uccisione del pusher Abderrahim Mansouri da parte dell’assistente capo Carmelo Cinturrino ha acceso un dibattito nazionale sullo scudo penale per le forze dell’ordine.

Le prime parole: “Ha fatto bene, dovrebbe essere premiato”

Nei giorni immediatamente successivi ai fatti, Giuseppe Cruciani, intervenendo a Dritto e Rovescio, aveva preso una posizione netta:

“Non solo ha fatto bene, ma a mio parere è una follia che venga indagato e dovrebbe essere, secondo me, premiato”.

La ricostruzione iniziale parlava di legittima difesa: il poliziotto aveva dichiarato di aver sparato perché il pusher gli aveva puntato contro una pistola, poi risultata essere un’arma giocattolo.

Ma l’avanzamento delle indagini ha sollevato dubbi rilevanti: soccorsi allertati dopo 23 minuti, impronte digitali mancanti sull’arma, versioni discordanti.
Secondo gli inquirenti, la pistola sarebbe stata posizionata accanto al corpo da Cinturrino, oggi indagato per omicidio volontario.

La svolta: “Se ha mentito è un criminale”

Alla luce dei nuovi elementi, Cruciani, durante la trasmissione La Zanzara, ha rettificato pubblicamente la sua posizione:

“Quando un rappresentante delle forze dell’ordine racconta che uno spacciatore gli ha puntato la pistola […] noi ci crediamo. Io mi schiero subito dalla vostra parte contro tutto e contro tutti, perché noi persone per bene crediamo nella parola della Polizia. Se invece si viene a scoprire che hai mentito […] allora io ti considero un traditore, un criminale”.

E ancora:

“Se tutto fosse confermato saresti un delinquente come quelli che dovresti inseguire. Chi si comporta in questo modo merita una punizione molto, molto dura e senza nessuno sconto”.

Una presa di posizione che distingue tra fiducia istituzionale e responsabilità individuale.

Il nodo del garantismo

Il caso Rogoredo si inserisce in un clima già segnato da tensioni sulle forze dell’ordine, dagli scontri di Torino al dibattito sullo scudo penale.

La vicenda evidenzia il rischio di trasformare un fatto di cronaca in strumento di propaganda.
Prima come simbolo a favore delle tutele per gli agenti, poi come prova per delegittimare un’intera categoria.

La posizione di Cruciani evolve con l’evolversi dei fatti, ribadendo che la fiducia nelle istituzioni non può diventare copertura per eventuali abusi.

Il principio richiamato è quello dello Stato di diritto: responsabilità individuale, presunzione di innocenza, e giudizio fondato sui fatti accertati.