Arianna Meloni lancia l’affondo: “La riforma è storica, il giudizio sul Governo nel 2027”
Arianna Meloni difende la riforma della giustizia e attacca le opposizioni: “Le bugie non reggono, gli italiani giudicheranno nel 2027”.
“Riforma storica, ma solo un tassello”: l’intervento di Arianna Meloni
Nel pieno della campagna referendaria, Arianna Meloni interviene da Roma, in un Palazzo dei Congressi gremito, con un discorso lungo, diretto e privo di sfumature, in cui rivendica il percorso del governo e ridimensiona il peso della riforma della giustizia, definendola sì un passaggio fondamentale ma non l’unico obiettivo politico della maggioranza.
“Per valutare il governo ci saranno le politiche del 2027”, chiarisce subito, indicando con nettezza l’orizzonte del giudizio politico, mentre ribadisce che la riforma rappresenta un “fatto storico” atteso da oltre trent’anni ma inserito all’interno di un disegno più ampio, costruito nel tempo e fondato su coerenza e militanza.
“Non oso immaginare se non ci fosse Giorgia alla guida in un momento così complesso”, aggiunge, sottolineando il ruolo della premier e rivendicando un rapporto con gli elettori costruito “giorno dopo giorno”, visibile anche nella partecipazione del pubblico presente in sala.
“La nostra è la politica della militanza, del coraggio, della coerenza che non abbiamo tradito e delle idee che sono diventate azione”, prosegue, collegando il percorso politico personale alle immagini simbolo della lotta alla mafia, come via Capaci e via D’Amelio, e sostenendo che proprio da quella memoria nasce l’impegno per una magistratura realmente libera.
“È una bugia che togliamo potere ai giudici”: la linea di Fratelli d’Italia
L’affondo più diretto arriva quando Arianna Meloni respinge le accuse delle opposizioni, invitando a non credere a chi sostiene che la riforma riduca l’indipendenza della magistratura.
“È una bugia”, afferma senza esitazioni, mentre tutto il gruppo dirigente di Fratelli d’Italia si schiera compatto per sostenere il fronte del Sì, con interventi che puntano a smontare, uno dopo l’altro, gli argomenti degli avversari.
Tra i presenti, Nicolò Zanon sottolinea come l’obiettivo sia “rendere liberi quei magistrati seri e bravi che lavorano in silenzio e che non si vogliono genuflettere ai vari correntocrati”, mentre Cesare Placanica evidenzia che la riforma può garantire “tranquillità a ogni cittadino”, soprattutto a chi teme l’azione dei cosiddetti “procuratori d’assalto”.
Applausi anche per Antonio Di Pietro, che richiama un precedente storico.
“Quando ero nel secondo governo Prodi l’avevamo già approvata alla Camera la separazione delle carriere. Parliamo di una regola che aspettiamo da quaranta anni”.
Mantovano attacca la sinistra: “Se votate No resterete fregati due volte”
Il momento più duro arriva con l’intervento di Alfredo Mantovano, che si rivolge direttamente alle opposizioni con parole nette e senza mediazioni.
“Se votate No il 23 sera resterete fregati due volte. La prima perché il governo resta, la seconda perché non avrete la riforma a cui intimamente avete aderito”.
Un attacco politico frontale, che si accompagna all’avvertimento sulle conseguenze interne al campo progressista.
“Qualunque sarà il risultato qualcosa accadrà a sinistra perché chi calpesta la storia verrà chiamato dai suoi a pagare il conto”.
A chiudere, il richiamo alla natura della Carta costituzionale.
“La Costituzione non è un oggetto da museo, ma un documento vivo”.