Vittorio Feltri difende Giorgia Meloni dopo lo scontro con Trump e collega il caso ai risultati sui migranti a Bruxelles.
Vittorio Feltri interviene sullo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni dopo le tensioni nate sul dossier iraniano e sulle posizioni dell’Italia. Il giornalista interpreta le parole del presidente americano come una reazione politica a una sconfitta più ampia, accusandolo di aver colpito la premier italiana dopo il mancato sostegno alle sue scelte internazionali. La conseguenza, secondo Feltri, è uno strappo che mostra la distanza tra la linea della Casa Bianca e quella del governo italiano, mentre Meloni rivendica autonomia davanti agli alleati.
Vittorio Feltri contro Trump dopo il caso Meloni
Per Feltri, Trump avrebbe subito due sconfitte nella stessa settimana: una sul piano internazionale, legata all’Iran, e una sul terreno politico, nel confronto con Giorgia Meloni. Il giornalista descrive il dossier iraniano come il punto centrale della crisi, sostenendo che il presidente americano e Benjamin Netanyahu avessero promesso un sostegno decisivo a chi, in Iran, si fosse opposto al regime degli ayatollah.
Nel suo intervento, Feltri usa toni durissimi e sostiene che Trump abbia perso peso nello scenario globale, con la Cina pronta a trarre vantaggio dagli errori strategici americani. Da qui, secondo la sua lettura, sarebbe nata la scelta di attaccare Meloni, accusata di non aver mandato navi italiane a coprire le falle della strategia statunitense.
La replica della presidente del Consiglio viene letta da Feltri come una risposta politica netta. Quando Meloni ha definito le parole di Trump «totalmente inventate» e si è detta «allibita», secondo il giornalista gli avrebbe dato del bugiardo. Quando ha criticato la sua condiscendenza verso i nemici dell’Occidente e la durezza contro gli alleati, gli avrebbe contestato debolezza e slealtà. E con la frase «io e l’Italia non imploriamo mai», avrebbe rivendicato la dignità del governo italiano.
La replica di Meloni e il paragone con le grandi leader
Nel ragionamento di Feltri, la forza della risposta di Giorgia Meloni sta proprio nell’assenza di toni diplomatici accomodanti. Il giornalista respinge l’idea di una «telefonata chiarificatrice» con Mar-a-Lago, seguita da un comunicato di circostanza sulla «ferma e profonda amicizia tra i nostri popoli, oltre che personale».
Per Feltri, la premier avrebbe scelto di non ridurre lo scontro a un incidente da chiudere con formule di rito. Il paragone è molto forte: richiama Golda Meir, Margaret Thatcher e Indro Montanelli, per sostenere che la risposta di Meloni abbia avuto il tono di una leadership capace di tenere il punto davanti al presidente degli Stati Uniti.
Il giornalista insiste su un passaggio politico: Trump, abituato a considerare Meloni una leader vicina, si sarebbe trovato davanti non una sostenitrice, ma un capo di governo deciso a difendere una posizione autonoma. Da qui la lettura dello scontro come prova di forza, più che come semplice incomprensione tra alleati.
Migranti, Bruxelles e la vittoria politica rivendicata da Feltri
Accanto allo scontro con Trump, Feltri individua un altro fronte, a suo giudizio più importante per l’Italia: quello dei migranti. La premier, sostiene, avrebbe ottenuto a Bruxelles un risultato concreto sul piano normativo, aprendo una breccia nel riconoscimento del diritto degli Stati a difendere i propri confini.
Il nodo riguarda i rimpatri e il concetto di «Paese terzo sicuro». Secondo Feltri, il problema non era l’assenza di una legge italiana, ma il modo in cui il diritto europeo ne rendeva difficile l’applicazione. I giudici, richiamando trattati europei e standard della Corte di Strasburgo, finivano per bloccare le norme interne.
La strategia di Meloni, nella ricostruzione del giornalista, sarebbe stata diversa: invece di limitarsi allo scontro con la magistratura, avrebbe portato la partita a Bruxelles, chiedendo di modificare il quadro europeo. Il nuovo regolamento, secondo questa lettura, rende più solida la gestione degli hub esterni e limita la possibilità di bloccare i trasferimenti verso l’Albania invocando il diritto europeo.
La conclusione politica di Feltri è netta: mentre da Washington arrivano tensioni e accuse, la premier italiana avrebbe ottenuto un risultato pratico in Europa e mantenuto una posizione ferma davanti al presidente americano.