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Alzheimer la ricerca scopre quando si spegne il cervello e inizia la malattia

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La vecchiaia spaventa non tanto per il tempo che passa e che, inevitabilmente, ci conduce alla morte quanto, piuttosto, per le malattie che porta con sè, legate strettamente al deteriorarsi del nostro organismo.

Tante sono le malattie che colpiscono ad ogni età, dalla culla fino alla terza età ma altre sono quelle esclusivamente legate alla terza età.

Tra queste dobbiamo, purtroppo, citare una delle più devastanti che sottrae oltre la salute tutto ciò che siamo stati, il nostro trascorso, i nostri ricordi, i visi che abbiamo amato e che, se sapessimo riconoscere, ameremmo ancora.

Questa è Alzheimer che se, dicevamo, è caratteristica della terza età, infatti, colpisce prevalentemente dai 65 anni in su ha registrato dei casi anche in età più giovane ma per fortuna detti casi sono davvero molto pochi.

E’ molto spesso una malattia ereditaria anche se nessuno ne è al riparo.

Oltre ad essere una malattia che toglie a chi ne viene colpito tutta l’essenza di una vita, è anche diffusissima se pensiamo che i casi sono più di 44 milioni e, tra l’altro, la tendenza è quella aumentare e diffondersi sempre di più, tanto che si stima arriverà ad aggredire almeno il doppio degli esseri umani rispetto al numero attuale.

L’ Alzheimer  colpisce l’organo vitale per eccellenza, il cervello, ed è come se lo stesso andasse in corto circuito piano piano, tanto da poter essere paragonato ad un palazzo dove molto lentamente vengono spente ad una ad una tutte le luci fino a farlo rimanere completamente al buio.

E così se le prime avvisaglie sono vuoti brevi di memoria, sbalzi improvvisi di umore, con il passare del tempo, i vuoti di memorie diventano dei veri e propri black out e non si riesce più a tornare a casa e, quando si torna, non si riconosce più chi c’è li ad aspettarci.

E’una malattia tristissima per chi la vive anche se non se ne rende conto ma soprattutto per i familiari che vengono guardati come estranei da chi fino a qualche anno prima li guardava con gli occhi dell’amore.

Purtroppo, ad oggi non ci sono medicine che possano curare questa patologia ma la ricerca incessantemente sta andando avanti anche se lentamente come per ogni patologia che riguarda l’organo nobile per eccellenza quale è il cervello.

Da un po’ di tempo, però, qualcosa si sta muovendo e grande è l’orgoglio se pensiamo che si tratta di un risultato con marchio Italia.

Chi ha il merito di aver dato qualche speranza  nella lotta contro l’Alzheimer è l’Istituto Europeo per la Ricerca sul Cervello che porta la firma di Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la ricerca.

Si è partiti da esaminare il cervello di un criceto malato appunto di l’Alzheimer.

Il punto di partenza sono alcune cellule che si trovano nel cervello da cui, ad un certo punto, fuoriescono le proteine che sono composte da parti piccolissime di Dna, le beta-amiloide.

Queste ultime danno vita a delle placche che vanno a ostruire zone vitali e causano l’insorgere dell’Alzheimer.

Poiché si è capito che tutto dipende dal momento in cui vengono fatte uscire queste proteine, il team dell’Istituto Europeo per la Ricerca sul Cervello che ha portato avanti questo studio ha messo a punto un meccanismo che in qualche modo va a bloccare la possibilità di far venire fuori, appunto, queste proteine arrivando a stabilire che un modo per tenere sotto controllo questa fuoriuscita sono dei raggi luminosi.

Grandi sono le speranze riposte in questa ricerca che ha bisogno, come per ogni altra ricerca, di fondi per evitare che lo studio della malattia debba ad un certo punto fermarsi e togliere la possibilità di progredire e di garantire una qualità di vita migliore.