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Piantedosi attacca le sentenze sui migranti, “La pacchia è finita”

Ad Atreju Matteo Piantedosi respinge le accuse di fallimento sull’Albania e denuncia decisioni giudiziarie che avrebbero riportato in Italia soggetti poi tornati a delinquere.

Il presunto fallimento dell’Albania secondo Piantedosi

Dal palco di Atreju, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi interviene con toni duri sul dibattito legato alla gestione dei migranti e al modello Albania, finito al centro delle polemiche politiche e mediatiche.

Il titolare del Viminale respinge nettamente l’idea di un progetto fallito e accusa apertamente chi, a suo dire, si sarebbe compiaciuto di questo presunto insuccesso.

“Qualcuno si compiace del presunto fallimento dell’Albania. Ma lo sapete che abbiamo avuto delle persone che sono state liberate per decisioni giudiziarie che hanno valorizzato le dichiarazioni di alcuni soggetti trattenuti, portati lì dopo aver commesso dei reati anche molto gravi, e riconosciuti come soggetti vulnerabili perché dicevano che soffrivano di insonnia e quindi da noi dovuti riportare in Italia, dove hanno ripreso a commettere reati”.

Una ricostruzione che il ministro utilizza per ribaltare la narrazione critica sull’accordo con Tirana, presentandolo come uno strumento ostacolato da interpretazioni giudiziarie considerate eccessivamente permissive.

“È questo con cui ci siamo dovuti confrontare, questo è il presunto fallimento dell’Albania e questo è quello che noi cureremo”, aggiunge Piantedosi, chiarendo che l’intenzione del governo è correggere le distorsioni emerse nell’applicazione delle norme.

Le sentenze e il nodo della vulnerabilità

Nel suo intervento, Matteo Piantedosi punta il dito contro quello che definisce un sistema di decisioni giudiziarie scollegate dalla realtà dei fatti e dagli obiettivi di sicurezza.

Il riferimento è a pronunce che avrebbero riconosciuto condizioni di vulnerabilità sulla base di dichiarazioni ritenute dal ministro deboli o strumentali.

“Non assisteremo presumibilmente, almeno non dovremmo più assistere, in maniera del tutto impunita a sentenze fantasiose, che in qualche modo riconosceranno l’esigenza di proteggere le persone anche magari per il fatto che queste dichiarano all’ingresso di essere preoccupate che il papà le ha sgridate, sto raccontando cose reali, e quindi hanno paura di ritornare indietro per non incorrere nei propri genitori”.

Parole che segnano uno scontro diretto con una parte della magistratura e che inseriscono il tema migratorio in un contesto più ampio di rapporto tra poteri dello Stato.

Il ministro rivendica un cambio di passo, reso possibile anche dalle novità introdotte a livello europeo, che dovrebbero ridurre il margine per interpretazioni considerate arbitrarie e rafforzare i meccanismi di rimpatrio e trattenimento.

La linea del governo e il cambio di strategia sugli sbarchi

L’intervento di Piantedosi si inserisce in una cornice politica chiara, che punta a rivendicare la determinazione dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni sul fronte migratorio.

Il ministro parla di una fase nuova, nella quale “la musica è cambiata e sta per cambiare ancora di più”, sottolineando come il governo intenda proseguire senza arretramenti nel piano di disincentivo agli sbarchi sulle coste italiane.

Il riferimento al rafforzamento delle politiche di controllo, agli accordi internazionali e alle nuove regole europee serve a ribadire che l’obiettivo resta quello di ridurre gli ingressi irregolari e di evitare che decisioni giudiziarie isolate compromettano l’intero impianto normativo.

La linea tracciata dal Viminale appare improntata alla fermezza, con l’intento dichiarato di rendere il sistema più coerente e meno esposto a quello che il ministro definisce un uso distorto delle tutele.