Crans-Montana, Feltri contro l’ira del governo: «La scarcerazione non è uno scandalo»
Sulla liberazione di Jacques Moretti, proprietario del locale di Crans-Montana dove a Capodanno morirono quaranta ragazzi, Vittorio Feltri prende le distanze dall’indignazione del governo e difende la separazione dei poteri.
Feltri e la critica implicita alla linea di Giorgia Meloni
Non la cita mai apertamente, ma il bersaglio è evidente. Commentando la scarcerazione di Jacques Moretti, Vittorio Feltri si colloca su una posizione opposta a quella assunta da Giorgia Meloni e dall’esecutivo, che hanno reagito con toni durissimi alla decisione della magistratura svizzera, arrivando a richiamare l’ambasciatore italiano.
Per il direttore, l’indignazione è comprensibile sul piano umano, ma diventa pericolosa quando la politica invade il terreno della giustizia, per di più di un Paese straniero. Una presa di posizione che pesa ancora di più perché arriva nel pieno della campagna referendaria sulla riforma della giustizia, mentre il governo è accusato di voler piegare le toghe al potere politico.
Feltri individua qui una contraddizione di fondo: non si può invocare lo Stato di diritto e, allo stesso tempo, sostituire la giustizia con la rabbia.
«La scarcerazione in sé non è uno scandalo»
Nel suo intervento, Vittorio Feltri riconosce la portata della tragedia: «Capisco l’indignazione, perché parliamo di quaranta ragazzi morti, giovanissimi, e davanti a una simile carneficina l’istinto umano chiede una risposta immediata, esemplare, punitiva».
Ma è proprio in questi momenti, avverte, che occorre fermarsi e ragionare: «Il ragionamento, per quanto scomodo, porta a una conclusione che non piacerà a molti: la scarcerazione in sé non è uno scandalo. Lo sarebbe, semmai, se quelle persone la facessero franca».
Una riflessione che, pur senza nominarla, entra in rotta di collisione con la reazione del governo Meloni, che ha trasformato la decisione dei giudici elvetici in un caso politico e diplomatico.
Il nodo delle cauzioni e il ruolo della magistratura svizzera
Feltri chiarisce di essere contrario, in linea generale, al sistema delle scarcerazioni su cauzione, perché rischia di minare l’uguaglianza davanti alla legge: chi ha più soldi, osserva, finisce per avere più libertà. Non a caso, sottolinea, in Italia questo meccanismo non esiste.
Tuttavia, sul caso di Crans-Montana, il direttore invita a guardare ai fatti e alle procedure della magistratura svizzera: «I giudici hanno ritenuto che i pericoli non sussistano più. I documenti sono stati ritirati, l’uomo è sottoposto a controlli, deve firmare regolarmente, è sorvegliato».
Secondo Feltri, il rischio di fuga è «quasi neutralizzato», quello di inquinamento delle prove «appare escluso», mentre una reiterazione del reato è difficilmente immaginabile: «Il locale è andato in fumo, l’attività è distrutta, tutto è sospeso».
Il vero scandalo secondo Feltri
La conclusione è netta e sposta il fuoco della polemica. «No, non mi sento di indignarmi per il fatto che quest’uomo sia a piede libero», scrive Vittorio Feltri. «Mi indignerei se alla fine non pagasse per ciò che è accaduto».
Per il direttore, lo scandalo non è la scarcerazione cautelare, ma le responsabilità gravissime che emergono dalla tragedia: materiali non ignifughi, misure di sicurezza ignorate, uscite di emergenza sbarrate con un lucchetto e ostruite da arredi, un locale trasformato in una trappola mortale.
È lì, conclude Feltri, che si gioca la vera partita della giustizia. E non sul riflesso emotivo o sulla ricerca di un colpevole immediato. Un messaggio che, inevitabilmente, suona come una critica diretta alla linea seguita da Giorgia Meloni.