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Deliveroo sotto accusa, Feltri, “Rider sfruttati, è caporalato digitale”

Vittorio Feltri denuncia lo sfruttamento dei rider dopo l’inchiesta della Procura di Milano su Deliveroo e Glovo: “Il lavoro non può essere un ricatto”.

La morsa al cuore e il paragone con il passato

“Ammetto di provare una morsa al cuore davanti ad una delle scene più degradanti del nostro tempo”.

Così Vittorio Feltri descrive l’immagine dei rider che pedalano sotto il sole e la pioggia per consegnare cibo e pacchi nelle città italiane.

Nel suo intervento, il giornalista parla di “esercito di esseri umani in bicicletta” e denuncia un sistema in cui “la dignità umana è stata sostituita dal clic di un algoritmo”.

Feltri richiama la propria esperienza personale, ricordando quando da giovane lavorava come fattorino in bicicletta.
“Quel lavoro, umile e faticoso, aveva un valore: era tutelato, era dignitoso”, sottolinea, contrapponendolo alla situazione attuale.

L’inchiesta della Procura di Milano

Le parole arrivano nei giorni in cui la Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario per Deliveroo Italy, nominando un amministratore giudiziario.

Secondo le indagini, decine di migliaia di rider sarebbero “subordinati a un algoritmo” con compensi in alcuni casi fino al 90% sotto la soglia prevista dal contratto collettivo del settore.

Pochi giorni prima, provvedimenti analoghi avevano riguardato Glovo.
Tra gli elementi emersi: turni fino a 10-11 ore al giorno, sette giorni su sette, e guadagni di circa 3,77 euro a consegna.

Feltri parla apertamente di “caporalato digitale”, definendo il sistema “sfruttamento mascherato da tecnologia”.

“Il lavoro non può diventare schiavitù moderna”

Nel suo intervento, Feltri richiama l’articolo 1 della Costituzione e l’articolo 36, che garantisce una retribuzione sufficiente ad assicurare un’esistenza dignitosa.

“Oggi questi ragazzi, spesso stranieri ma anche italiani, lavorano senza ferie, senza malattia, senza tutele”, scrive, denunciando una precarietà diffusa che trasformerebbe la flessibilità in ricatto.

“La civiltà di un Paese si misura dal modo in cui tratta i più deboli”, afferma, sostenendo che la tecnologia non possa diventare “il nuovo giogo della libertà dell’uomo”.

Il giornalista conclude chiedendo un intervento legislativo urgente per riconoscere ai rider uno statuto giuridico chiaro e impedire alle piattaforme di aggirare le tutele del lavoro subordinato.