Vittorio Feltri sulla guerra Israele-Iran: “Sto con Israele, ma le guerre finiscono sempre con i funerali dei bimbi”
Nel commento sulla guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, Vittorio Feltri prende posizione ma racconta anche i dubbi sulle guerre e sulle vittime innocenti.
Vittorio Feltri sulla guerra tra Israele e Iran: la scelta di campo
Il giornalista Vittorio Feltri interviene con una riflessione netta sul conflitto che coinvolge Israele, gli Stati Uniti e l’Iran, spiegando che davanti a una guerra non esiste una posizione realmente neutrale.
Secondo Feltri, quando si scrive di un conflitto è inevitabile finire per schierarsi, perché la distanza analitica del commentatore che osserva tutto dall’alto non esiste davvero.
“Non posso esimermi dall’entrare in guerra pure io. Scrivere della guerra tra Israele e Stati Uniti da una parte e l’Iran dall’altra significa entrarci. Non esiste il punto di vista neutrale del commentatore che osserva il mondo dall’elicottero, descrivendo i morti come formichine”.
Il giornalista chiarisce apertamente la propria posizione politica e culturale, dichiarando di sostenere Israele e gli Stati Uniti, una linea che attribuisce anche alla tradizione giornalistica di Indro Montanelli e che oggi riconosce anche a Augusto Cerno.
“Ciascuno vede quello che vuol vedere e si finisce sempre per stare da una parte. Non mi sottraggo. Io sto con Israele e con gli Stati Uniti”.
Nel suo ragionamento, Feltri descrive il regime iraniano come una struttura teocratica che da anni sostiene gruppi armati e attività terroristiche internazionali.
“L’Iran degli ayatollah non è una normale potenza regionale. È un regime teocratico che da decenni organizza e finanzia il terrorismo internazionale”.
I dubbi di Vittorio Feltri sulle guerre occidentali
Nonostante la posizione favorevole a Israele, Vittorio Feltri ammette di avere dubbi sulla possibilità che una guerra possa davvero risolvere i problemi politici e strategici.
Il giornalista ricorda le guerre avviate dagli Stati Uniti all’inizio degli anni Duemila, quando il presidente George Bush decise di intervenire in Afghanistan e in Iraq dopo gli attentati terroristici.
“Scrissi allora che, se bisogna scegliere in quale impero vivere, scelgo senza esitazione quello americano-occidentale. Ma chiedermi di andare all’assalto degli imperi altrui no”.
Feltri cita anche il pensiero della scrittrice Oriana Fallaci, che sostenne la guerra contro Saddam Hussein pur confessando di avere dubbi profondi.
“Sostenne la guerra contro Saddam Hussein, ma confessò di aver dovuto superare «le riserve e i dubbi che ancora mi straziano»”.
Secondo il giornalista, abbattere un regime può essere possibile, ma cambiare una civiltà è un processo completamente diverso e molto più complesso.
L’Iran, osserva Feltri, è un Paese con oltre novanta milioni di abitanti e con un sistema politico strutturato proprio per resistere agli attacchi esterni.
Il ricordo delle vittime innocenti nelle guerre
Nel suo intervento Vittorio Feltri si sofferma anche sul prezzo umano dei conflitti armati, ricordando immagini recenti di funerali di bambine morte durante un bombardamento nel sud della Persia.
La scena gli ha riportato alla mente episodi storici drammatici.
Tra questi la strage di Gorla a Milano, avvenuta il 20 ottobre 1944, quando un bombardiere americano colpì per errore una scuola elementare causando la morte di 184 bambini.
“Gli Alleati combattevano una guerra giusta contro il nazismo. Ma quei bambini erano morti lo stesso”.
Per Feltri, questo è il punto centrale di ogni conflitto armato.
“In guerra il bene si raccoglie con un cucchiaio e il male con il secchio”.
Il giornalista conclude spiegando che, pur riconoscendo la minaccia rappresentata dal regime iraniano, non riesce a ignorare il destino delle vittime civili.
“Per questo, mentre sto dalla parte di Israele contro il terrorismo iraniano, non riesco a non pensare a quelle madri davanti alle piccole bare”.
Secondo Feltri, ogni guerra, anche quando viene combattuta per ragioni ritenute giuste, inizia con grandi discorsi politici e finisce inevitabilmente con il dolore delle famiglie che piangono i propri morti.