Mario Roggero rischia il carcere a 72 anni per aver ucciso due ladri, Feltri lo difende, “Era nel suo negozio, ha difeso la sua famiglia”
Vittorio Feltri interviene sul caso Mario Roggero e critica la confusione tra vittima e carnefice dopo la rapina finita in tragedia.
Vittorio Feltri interviene sul caso Mario Roggero, il gioielliere condannato dopo la rapina nel suo negozio, e sceglie una lettura soprattutto umana della vicenda. Il giornalista richiama l’età dell’imputato, il peso psicologico della prospettiva del carcere e il trauma vissuto da chi si è trovato davanti rapinatori armati mentre era al lavoro. Per Feltri, al di là delle decisioni dei giudici, resta una domanda centrale: fino a che punto lo Stato riesce a distinguere tra chi subisce una violenza e chi la provoca?
La vicenda riguarda un tema delicatissimo: la legittima difesa, il rapporto tra reazione e proporzione, ma anche la percezione di sicurezza di molti cittadini. Mario Roggero, oggi anziano, ha raccontato più volte la paura di finire in carcere e la preoccupazione per la sua famiglia. È proprio questo aspetto a colpire Feltri, che parla di amarezza e vicinanza personale.
Feltri sul caso Mario Roggero: “Parla come un padre e un nonno”
Nelle sue dichiarazioni, Vittorio Feltri spiega di essere stato colpito dalla vicenda non solo per ragioni giuridiche, ma anche per una questione generazionale. Il giornalista sottolinea il peso che una possibile detenzione può avere su un uomo di 72 anni, dopo una vita costruita attorno al lavoro, alla casa e alla famiglia.
«Questa vicenda mi colpisce profondamente e non soltanto per ragioni giuridiche. Mi colpisce anzitutto da uomo della stessa generazione di Mario Roggero».
Il passaggio più forte riguarda il modo in cui Feltri descrive lo stato d’animo del gioielliere. «Per questo provo una sincera amarezza nel vedere un uomo di 72 anni vivere con il pensiero costante di poter entrare in carcere. Non è una situazione che può lasciare indifferenti. È un peso enorme, un patema d’animo che accompagna ogni giornata e ogni notte. Lo si percepisce dalle sue parole, dalla sua preoccupazione per i figli, per i nipoti, per la moglie. Non parla come un criminale. Parla come un padre e un nonno che teme di essere strappato alla propria vita».
Feltri precisa di non voler sostituirsi ai giudici. «Naturalmente saranno i giudici a decidere e le sentenze vanno rispettate. Ma ciò non mi impedisce di esprimere una valutazione morale e umana sulla vicenda». La distinzione è centrale: il giornalista riconosce il piano giudiziario, ma rivendica il diritto a una riflessione sulla condizione concreta di un uomo coinvolto in un fatto tragico.
Legittima difesa, la rapina e il nodo della reazione
Il cuore del ragionamento di Vittorio Feltri riguarda il contesto in cui Mario Roggero si è trovato ad agire. Il gioielliere, sottolinea il giornalista, non aveva cercato lo scontro e non era uscito con l’intenzione di farsi giustizia da solo. Era nel suo negozio, stava lavorando e si è trovato davanti una rapina armata.
«Mario Roggero non era andato a cercare guai. Non era uscito di casa con l’intenzione di fare il giustiziere. Era nel suo negozio. Lavorava. Manteneva la propria famiglia. Poi si è trovato davanti dei rapinatori armati che avevano appena seminato paura e violenza».
Secondo Feltri, in momenti simili non si può pretendere una reazione fredda e perfettamente calcolata. La paura, l’istinto di protezione e il pensiero dei propri cari possono prendere il sopravvento. «Chiunque abbia una famiglia sa cosa accade in quei momenti. Non si ragiona come un professore di diritto seduto dietro una scrivania. Si reagisce. Si ha paura. Si pensa ai propri cari. Si pensa che la prossima volta potrebbe andare peggio. Si pensa che forse si potrebbe non tornare a casa».
Il giornalista riconosce che la legittima difesa è un tema complesso, ma invita a non cancellare la dimensione umana della reazione. «La legittima difesa è un tema complesso, ma vi è una verità che troppo spesso viene dimenticata: difendersi è un istinto umano prima ancora che un principio giuridico. È qualcosa di profondamente radicato nella natura dell’uomo. Criminalizzare automaticamente chi reagisce a una minaccia significa ignorare la realtà concreta delle situazioni che milioni di cittadini temono ogni giorno».
La richiesta di risarcimento e la critica alla confusione tra vittima e carnefice
Un altro punto che Feltri giudica particolarmente amaro riguarda la richiesta di risarcimento avanzata dal rapinatore sopravvissuto per il trauma subito. È su questo passaggio che il giornalista concentra la critica più dura, parlando di una percezione capovolta dei ruoli.
«C’è poi un aspetto che trovo particolarmente amaro. Il rapinatore sopravvissuto chiede un risarcimento per il trauma subito. Confesso che questa circostanza produce in me un senso di straniamento. Perché ancora una volta assistiamo a un fenomeno che caratterizza troppo spesso il nostro tempo: la confusione tra vittima e carnefice. Chi ha visto violata la propria attività? Chi ha vissuto la paura di un’aggressione? Chi ha dovuto convivere per anni con processi, udienze e incertezze? E chi, invece, aveva scelto di partecipare a una rapina armata?».
Per Feltri, sono interrogativi che attraversano una parte ampia dell’opinione pubblica e che il dibattito dovrebbe affrontare senza semplificazioni. Il giornalista ribadisce la sua vicinanza personale a Mario Roggero, già espressa fin dall’inizio della vicenda.
«Personalmente non ho mai nascosto la mia vicinanza umana a Mario Roggero. Gliela espressi fin dall’inizio e non vedo motivo per cambiare opinione oggi. Vedo un uomo che ha lavorato una vita, che si è trovato coinvolto in una tragedia e che ora affronta con dignità una prospettiva che farebbe tremare chiunque».
La conclusione del ragionamento riguarda il ruolo dello Stato e della giustizia. «Mi auguro che la giustizia sappia tenere conto non soltanto delle norme, ma anche della realtà concreta dei fatti e della condizione umana delle persone coinvolte».
Poi l’ultima riflessione: «Perché uno Stato civile deve certamente punire chi sbaglia. Ma deve anche evitare che il cittadino onesto finisca per sentirsi più abbandonato del criminale che lo ha aggredito. E questa, caro Sandro, è la vera inquietudine che questa storia lascia in molti italiani».
