Commissione Covid, nuovi esposti in Procura: riaperti i filoni su Conte, Speranza e mascherine cinesi

Commissione Covid pronta a inviare nuovi esposti alle Procure: sotto esame archiviazioni, mascherine cinesi, monoclonali e gestione della pandemia.

La Commissione Covid prepara una nuova fase giudiziaria sui dossier della pandemia, con un pacchetto di esposti da trasmettere alle Procure al termine dei lavori parlamentari. Ad annunciarlo è stata Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione, anticipando che alcune archiviazioni potrebbero essere rivalutate alla luce delle audizioni svolte negli ultimi mesi. Nel mirino tornano filoni delicati: l’inchiesta di Bergamo su Giuseppe Conte e Roberto Speranza, la gestione del lockdown, il dossier sui monoclonali, gli accordi legati a Domenico Arcuri e la vicenda delle mascherine cinesi acquistate durante l’emergenza sanitaria.

Commissione Covid, perché gli esposti possono riaprire vecchie indagini

La decisione della Commissione Covid punta a rimettere ordine in una serie di vicende che, secondo i parlamentari impegnati nell’organismo d’inchiesta, non avrebbero ancora ricevuto un chiarimento definitivo. Il punto politico e giudiziario riguarda soprattutto il rapporto tra le archiviazioni già disposte e il materiale emerso successivamente durante le audizioni.

L’obiettivo non è sostituirsi alla magistratura, ma consegnare alle Procure nuovi elementi affinché possano valutare se esistano i presupposti per ulteriori accertamenti. In questo quadro rientra anche il fascicolo nato a Bergamo sulla gestione della prima fase della pandemia e sulle posizioni dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dell’ex ministro della Salute Roberto Speranza.

Uno dei punti richiamati riguarda la fuga di notizie che avrebbe inciso sul percorso dell’inchiesta e, secondo la ricostruzione politica emersa in commissione, anche sull’efficacia di alcune decisioni assunte nei giorni più difficili dell’emergenza. Viene richiamato in particolare il tema del lockdown, misura che sarebbe stata definita in una riunione riservata sulla quale restano ancora interrogativi.

La commissione intende inoltre valorizzare le audizioni già svolte e i documenti acquisiti, soprattutto dove emergano passaggi non completamente chiariti. La prospettiva è quella di trasformare il lavoro parlamentare in una base documentale da sottoporre agli uffici giudiziari competenti.

Mascherine cinesi, il nodo dei dispositivi sequestrati e poi restituiti

Tra i filoni più delicati c’è quello delle mascherine cinesi acquistate durante l’emergenza. La vicenda riguarda dispositivi finiti sotto sequestro e successivamente restituiti al ministero della Salute dopo una decisione del giudice Mara Mattioli del 20 giugno 2023. Secondo quella ricostruzione, i prodotti sarebbero stati declassati a mascherine di comunità, non più considerati Dpi né presidi medico-chirurgici.

Questo passaggio è centrale anche sul piano fiscale. Il declassamento, infatti, avrebbe fatto emergere il tema dell’Iva non versata sui dispositivi, con una cifra stimata intorno ai 300 milioni di euro. Una parte dell’imposta, pari allo 0,5%, è destinata all’Unione Europea, circostanza che potrebbe portare all’interesse di organismi competenti sui profili finanziari europei, tra cui Olaf ed Eppo, qualora fossero ravvisati danni alle risorse proprie dell’Unione.

Il punto tecnico più complesso riguarda la possibilità di accertare oggi la conformità delle mascherine. I dispositivi, secondo quanto emerso, non sarebbero più periziabili perché scaduti e dissequestrati. Questo però non elimina automaticamente i dubbi sulla loro qualità e sulla documentazione che li accompagnava. Nella ricostruzione al centro del nuovo fronte politico-giudiziario, diversi produttori avrebbero già indicato quei dispositivi come non conformi.

A pesare è anche il tema della marcatura CE. La presenza di documenti ritenuti falsi rafforzerebbe, secondo questa impostazione, l’ipotesi di falso e di frode in pubbliche forniture. La fornitura viene indicata come una delle più rilevanti del periodo emergenziale, con un valore complessivo di 1,251 miliardi di euro e senza gara.

Monoclonali, Arcuri e il possibile nuovo fronte giudiziario

Un altro capitolo riguarda i monoclonali e gli accordi economici che avrebbero coinvolto Domenico Arcuri, il Mise, Cdp e Toscana Life Sciences. Il tema è tornato al centro dell’attenzione perché, durante la pandemia, l’Italia avrebbe rifiutato dosi che Eli Lilly era disponibile a fornire gratuitamente.

La questione era già entrata nel perimetro parlamentare il 29 dicembre 2020, quando la senatrice Marinella Pacifico aveva presentato un’interrogazione. Oggi quel filone viene riletto alla luce del lavoro della Commissione Covid, che intende verificare se le scelte assunte in quella fase siano state adeguatamente motivate e se esistano responsabilità politiche, amministrative o eventualmente penali da sottoporre alla valutazione delle autorità competenti.

Sul fronte delle mascherine cinesi, resta aperto anche il nodo dei soggetti da cui recuperare eventuali somme. Le aziende cinesi coinvolte sarebbero scomparse prima dell’uscita di scena di Cai Zhongkai, indicato come figura centrale del consorzio. Alla sua posizione sarebbe collegata anche l’ipotesi di frode in pubbliche forniture, con una prescrizione indicata a marzo 2027.

Secondo la ricostruzione riportata negli atti, la frode sarebbe aggravata dall’aver “ingannato” il Cts, con riferimento all’articolo 479 del Codice penale. La questione documentale resta decisiva: la scadenza dei dispositivi e l’impossibilità di dimostrarne oggi la pericolosità non equivalgono a un accertamento positivo della loro idoneità.

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