Conte contro la Nato, gelo nel Pd: “Vogliono farci armare fino ai denti con la scusa della minaccia Russa”

La minaccia russa evocata da Conte apre una frattura nel centrosinistra dopo il voto europeo sull’Ucraina e le critiche del Pd.

Giuseppe Conte ha scelto il palco di Napoli, accanto a Elly Schlein, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, per rilanciare una linea netta contro il riarmo e contro l’impostazione della Nato sulla sicurezza europea. Le sue parole sulla minaccia russa hanno però aperto un nuovo fronte politico nel centrosinistra, proprio mentre al Parlamento europeo il voto sull’avanzamento del percorso di adesione dell’Ucraina all’Unione europea ha mostrato divisioni profonde tra Pd, Movimento 5 Stelle e Avs.

Minaccia russa, Conte attacca la Nato dal palco di Napoli

Dal palco napoletano, il leader del Movimento 5 Stelle ha usato toni duri: “Stanno costruendo una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti”. Una frase destinata a pesare nei rapporti con gli alleati, perché pronunciata durante una manifestazione comune del campo progressista, davanti agli altri leader della coalizione.

Conte ha poi insistito contro la linea del riarmo: “Continuano ad alimentare questa minaccia per giustificare questa corsa agli armamenti. Dobbiamo mandarli a casa”. Il riferimento politico è alla Nato e alla strategia di rafforzamento della difesa occidentale dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

Sul palco, Elly Schlein non ha replicato. Il silenzio della segretaria del Partito democratico è diventato uno degli elementi centrali della polemica, perché il Pd, sul rapporto con l’Alleanza atlantica e sul sostegno a Kiev, mantiene una posizione molto diversa da quella del M5s. La distanza non è nuova, ma il contesto pubblico della manifestazione ha reso il contrasto più visibile.

Il punto politico è chiaro: il centrosinistra prova a presentarsi come alternativa al governo, ma sulla politica estera continua a muoversi su linee differenti. Da una parte il Pd, più vicino alla posizione europea di sostegno all’Ucraina; dall’altra il Movimento 5 Stelle, contrario alla corsa agli armamenti e critico verso la lettura della minaccia proveniente da Mosca.

Il voto europeo sull’Ucraina spacca gli alleati

La frattura è emersa anche a Strasburgo. Il Parlamento europeo, con 460 voti favorevoli, 136 contrari e 59 astensioni, ha approvato una relazione sui progressi dell’Ucraina nel percorso di adesione all’Unione europea. Il testo chiede un confronto costruttivo per far avanzare l’integrazione europea di Kiev, tenendo conto degli interessi strategici dell’Ue.

Nella relazione viene accolta con favore l’apertura, nel giugno 2026, del primo gruppo tematico fondamentale nei negoziati di adesione. L’auspicio espresso dal Parlamento è che anche gli altri gruppi possano essere aperti in tempi brevi, nel quadro del processo di riforme richiesto a Kiev.

Le delegazioni di Fratelli d’Italia, nel gruppo Ecr, e di Forza Italia, nel Ppe, hanno votato a favore. Stessa scelta per gran parte del Pd, nel gruppo S&D, con le eccezioni di Cecilia Strada e Marco Tarquinio, che si sono astenuti. Astenuta anche la delegazione di Avs. Contro hanno votato Roberto Vannacci, la Lega e il Movimento 5 Stelle.

Il voto ha quindi prodotto un allineamento politico scomodo per il campo progressista: sul dossier Ucraina, il M5s si è trovato dalla stessa parte della Lega e di Roberto Vannacci, mentre il Pd ha sostenuto la relazione insieme alla maggioranza del Parlamento europeo.

Proprio Vannacci ha rivendicato la convergenza sul voto: “È buon senso, non ci sono stati contatti prima. Semplicemente sono quattro anni che votiamo la stessa cosa e, come diceva Albert Einstein, ‘follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi’. È una follia perpetuare la stessa strategia che non ha portato risultati, se non far aumentare i prezzi dell’energia e far perdere peso all’Europa”. Poi ha precisato: “No, non sono d’accordo con Giuseppe Conte, sono d’accordo con Roberto Vannacci”.

Gori e Calenda criticano Conte, cresce l’imbarazzo nel centrosinistra

Nel Pd, la reazione più netta è arrivata da Giorgio Gori, eurodeputato ed ex sindaco di Bergamo. Il suo intervento ha evidenziato il disagio dell’area moderata dem davanti alle parole di Conte.

“Ieri a Strasburgo tutti i deputati Pd, insieme al gruppo Socialista e alla maggioranza del Parlamento Europeo, hanno votato con convinzione a favore del rapporto sull’Ucraina, dove tra l’altro si legge che la Russia conduce una guerra di aggressione su vasta scala, illegale, non provocata e ingiustificata contro l’Ucraina. Mi domando come si concili questa posizione con le parole di Giuseppe Conte, secondo il quale la minaccia russa sarebbe una costruzione politica per giustificare il riarmo. Come possiamo far finta di niente?”, ha scritto Gori.

Poi l’eurodeputato ha aggiunto un passaggio politico ancora più diretto: “Non lo ha detto a casa sua, ma ieri a Napoli dal palco di una manifestazione ufficiale (di una parte) della coalizione con cui ci accingiamo a sfidare il centrodestra”.

La critica è arrivata anche da Carlo Calenda, leader di Azione, da tempo contrario a un’alleanza strutturale con il Movimento 5 Stelle. “Ma vi rendete conto che Giuseppe Conte dice testualmente da un palco dell’alleanza di sinistra ‘stanno costruendo apposta una minaccia russa’!!! Mentre i russi bombardano tutti i giorni l’Ucraina. Nel silenzio di Elly Schlein. Ma va tutto bene per voi”, ha scritto rivolgendosi ad alcuni esponenti del Pd, tra cui Paolo Gentiloni, Simona Malpezzi, Graziano Delrio e Lorenzo Guerini.

Il nodo resta politico prima ancora che elettorale. La costruzione di una coalizione larga richiede un equilibrio su economia, lavoro, diritti e amministrazioni locali, ma la politica estera può diventare il terreno più difficile. Il caso Ucraina lo dimostra: quando il confronto passa dal palco nazionale al voto europeo, le differenze non restano sullo sfondo e diventano un problema concreto per la credibilità di un’eventuale proposta di governo.

Lascia un commento