Cerno inchioda la Rai e Report: “Voglio una ricostruzione impeccabile sul caso Ranucci”

Tommaso Cerno attacca Report sul caso Ranucci-Lavitola e chiede alla Rai una ricostruzione senza protezioni sull’attentato.

Tommaso Cerno interviene sul caso Sigfrido Ranucci-Valter Lavitola con una provocazione diretta a Report e alla Rai. Al centro ci sono l’attentato al conduttore, l’ipotesi dell’“amico-mandante” e il rapporto tra il giornalista e il faccendiere finito nel perimetro della vicenda. Per Cerno, il modo più semplice per chiarire pubblicamente l’intreccio sarebbe una puntata della stessa trasmissione d’inchiesta guidata da Ranucci, chiamata a usare su se stessa il metodo che da anni applica a politica, potere e istituzioni.

Caso Ranucci-Lavitola, Cerno provoca Report

La posizione di Tommaso Cerno parte da un paradosso. Se Report è la trasmissione simbolo del giornalismo d’inchiesta televisivo, allora proprio Report dovrebbe raccontare fino in fondo una vicenda che riguarda il suo volto principale. Non con una difesa preventiva, ma con una ricostruzione completa, fredda e documentata.

“C’è un modo quasi banale per risolvere l’enigma Ranucci e quella trama da spy-story di provincia dove un «amico-mandante» avrebbe piazzato una bomba sotto casa dell’«amico-vittima». Basterebbe una puntata di Report”, afferma Cerno, indicando nella trasmissione di Rai 3 lo strumento che, secondo lui, dovrebbe affrontare il caso senza zone protette.

Il riferimento è all’attentato contro Sigfrido Ranucci e alla pista che porta a Valter Lavitola. La formula usata da Cerno, “amico-mandante” e “amico-vittima”, punta proprio sull’aspetto più controverso del racconto: da una parte il giornalista colpito, dall’altra una figura indicata come vicina a lui e allo stesso tempo finita al centro delle ipotesi sulla vicenda.

Cerno richiama anche la storia del programma. Dai tempi di Milena Gabanelli fino alla conduzione di Ranucci, Report ha costruito la propria identità su inchieste dure, montaggi serrati, documenti, domande incalzanti e ricostruzioni capaci di mettere sotto pressione politica, aziende e apparati pubblici. Per questo, secondo il direttore, la stessa impostazione dovrebbe essere applicata al caso che coinvolge il conduttore.

La richiesta alla Rai: “Ricostruzione impeccabile, terza, algida”

La puntata immaginata da Cerno avrebbe tutti gli elementi tipici del linguaggio di Report. “Sogno una puntata con quel montaggio incalzante, le pause drammatiche e lo stile narrativo che trasforma ogni faldone in un’apocalisse imminente”, sostiene, usando un tono volutamente polemico.

Il nodo riguarda il ruolo della Rai. Per Cerno, il servizio pubblico dovrebbe offrire ai telespettatori una versione completa della vicenda, senza cautele e senza filtri protettivi. “Vorrei che Mamma Rai, senza censure e senza velo di protezione, ci offrisse una ricostruzione impeccabile, terza, algida”, aggiunge.

Il punto da chiarire, nella sua lettura, è il passaggio dalle prime ricostruzioni sull’attentato alla pista che conduce a Lavitola. Cerno chiede che venga spiegato “perché le indagini sulla Camorra che voleva morto Sigfrido ci portino oggi a casa di Valter Lavitola”.

Il nome di Valter Lavitola rende il caso ancora più delicato per il peso che ha avuto nelle cronache politiche e giudiziarie italiane. Cerno lo definisce “il faccendiere dell’era berlusconiana che la sinistra ha sempre descritto come il male assoluto e che ora spunta fuori come «fonte» del loro eroe”. Una frase che sposta il ragionamento dal solo piano investigativo a quello politico e mediatico.

Secondo questa lettura, il caso mette in discussione una narrazione costruita per anni attorno al rapporto tra giornalismo d’inchiesta, potere e figure opache. Il problema, per Cerno, non è soltanto capire chi abbia fatto cosa, ma spiegare come certi rapporti siano nati, quale ruolo abbiano avuto le fonti e perché una vicenda nata come attentato a un giornalista sia diventata un intreccio molto più ampio.

La stoccata finale di Cerno: “Non andrà mai in onda”

La parte più dura dell’intervento arriva quando Cerno sostiene di non credere davvero alla possibilità che una puntata del genere venga realizzata. Dopo averla invocata, chiude infatti con una previsione netta: “Ma so già che questa puntata non andrà mai in onda”.

Prima della conclusione, però, il direttore allarga ancora il campo degli interrogativi. “Chi è davvero «Corrado», e chi invece il sacerdote vicino al Segretario di Stato Vaticano seduto a tavola tra giornalisti e faccendieri? Perché due amici oggi si guardano attraverso il vetro di un’inchiesta per tentata strage? Sarebbe lo scoop del secolo”.

Sono domande che aprono scenari complessi e che, proprio per questo, richiederebbero una ricostruzione rigorosa. Cerno non rivendica una verità definitiva e lo precisa con una formula esplicita: “Io, che per abitudine non credo a nulla e non ho verità in tasca, resto affascinato da questo mix di utilità e menzogna che nutre il mainstream”.

Il bersaglio finale è il sistema dell’informazione. Secondo Cerno, il caso Ranucci-Lavitola diventa una prova di coerenza per chi ha sempre raccontato il potere dall’esterno e ora si trova davanti a una vicenda che tocca direttamente il proprio ambiente. La chiusura è una frecciata politica: “L’importante è che non ci dicano che a censurarla sono stati i fascisti…”.

La vicenda, nella lettura di Cerno, non riguarda soltanto l’attentato a Sigfrido Ranucci. Riguarda il rapporto tra giornalismo, fonti, potere e racconto pubblico. La domanda lasciata sul tavolo è una sola: Report sarebbe disposto a usare i propri strumenti anche quando l’inchiesta riguarda se stesso?

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