Giorgia Meloni a Palermo, messaggio ai clan mafiosi, “Non tollereremo più violenza e kalashnikov”

Giorgia Meloni rilancia la lotta alla mafia dopo i fermi per le intimidazioni nel mandamento di Tommaso Natale-San Lorenzo.

Giorgia Meloni sceglie Palermo per ribadire la presenza dello Stato contro la criminalità organizzata. Lunedì 13 luglio, durante una giornata dedicata alla sicurezza e alla memoria delle vittime delle stragi mafiose, la presidente del Consiglio ha commentato i fermi eseguiti nei confronti dei presunti autori e mandanti delle intimidazioni che nelle ultime settimane hanno colpito il mandamento di Tommaso Natale-San Lorenzo. La premier ha poi partecipato alla cerimonia per l’esposizione della Fiat Croma sulla quale viaggiavano Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo il 23 maggio 1992, giorno della strage di Capaci.

La visita nel capoluogo siciliano si è aperta con la partecipazione al Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, convocato dopo una fase segnata da episodi violenti, intimidazioni e colpi esplosi con armi da guerra. Una situazione alla quale le istituzioni hanno risposto con un’operazione che ha colpito il gruppo ritenuto responsabile di avere seminato paura in una parte della città.

«Sappiamo cosa è successo in queste settimane in una parte di Palermo, con la violenza e le raffiche di kalashnikov, immagini che non vedevamo da tempo e che non abbiamo intenzione di tollerare. Lo Stato non è stato a guardare, proprio in queste ore si è proceduto al fermo degli autori e mandanti delle intimidazioni che hanno terrorizzato il mandamento di Tommaso Natale/San Lorenzo. Un segnale bello da parte dello Stato in questa giornata e in questa settimana in cui ricordiamo il 34esimo anniversario della strage di via D’Amelio».

Giorgia Meloni a Palermo dopo i fermi per le intimidazioni

Le parole di Meloni collegano la risposta investigativa agli episodi di violenza registrati nel territorio palermitano con il valore simbolico della settimana dedicata al ricordo della strage di via D’Amelio. Il 19 luglio 1992 furono uccisi il magistrato Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, a meno di due mesi dall’attentato di Capaci.

Dopo la riunione sulla sicurezza, la presidente del Consiglio ha raggiunto il Museo del Presente Falcone e Borsellino, dove ha presieduto la cerimonia durante la quale è stata mostrata al pubblico la Croma blindata utilizzata da Falcone e dalla Morvillo nel giorno dell’attentato.

Accanto alla premier erano presenti la presidente della Fondazione Falcone, Maria Falcone, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Tra gli invitati anche l’imprenditore Tommaso Dragotto, recentemente vittima di attentati estorsivi, e l’ex calciatore del Palermo Fabrizio Miccoli.

La presenza dell’automobile nel museo consente di conservare una testimonianza materiale della strage del 23 maggio 1992. Quel giorno l’esplosione sull’autostrada nei pressi di Capaci uccise Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Maria Falcone davanti alla Croma: «Un dolore dilaniante»

Particolarmente intenso l’intervento di Maria Falcone, che davanti alla vettura ha ricordato il fratello, la cognata e gli uomini della scorta morti nell’attentato.

«Di fronte a quella macchina bisogna inchinarsi», ha dichiarato la presidente della Fondazione Falcone. «Vedere quella macchina è stato un dolore dilaniante».

La Croma non rappresenta soltanto un reperto legato a una delle pagine più drammatiche della storia italiana. I danni visibili sulla carrozzeria restituiscono la violenza dell’attacco con cui Cosa Nostra tentò di colpire lo Stato e di fermare il lavoro di uno dei magistrati che più incisivamente aveva contrastato l’organizzazione mafiosa.

Nel suo intervento, Meloni ha ricordato come la strage abbia costretto l’intero Paese a prendere coscienza delle dimensioni e della pericolosità del fenomeno mafioso.

«Trentaquattro anni fa l’Italia di colpo fu costretta a fare i conti con qualcosa che era spaventoso, ma che era anche un male che fino ad allora moltissimi avevano preferito fingere di non vedere, minimizzare, sottovalutare. Può sembrare assurdo per noi che ne parliamo oggi, ma è così. Non si poteva neanche pronunciare il suo nome. La strage di Capaci ha cambiato tutto, nessuno ha più potuto accampare scuse. Illudersi che il tema non esistesse, che il problema non lo riguardasse, fingere di non sapere o addirittura accettare di esserne complice».

Meloni ricorda Falcone e la sfida di Cosa Nostra allo Stato

La presidente del Consiglio ha quindi ricostruito il significato politico e istituzionale dell’offensiva mafiosa del 1992. Gli attentati contro Falcone e Borsellino non furono soltanto omicidi diretti contro due magistrati, ma un tentativo di dimostrare che il potere criminale potesse condizionare e piegare le istituzioni.

«Da quel momento era chiaro a tutti che Cosa Nostra non era un’invenzione, non era qualcosa di astratto, non era qualcosa di leggendario, era reale ed era disposta a tutto per portare avanti il disegno criminale e sovversivo che aveva immaginato e cioè affermare che era più forte dello Stato, che poteva piegare le istituzioni ai propri biechi interessi, che il suo potere non conosceva limite e che quindi nessuno avrebbe potuto mettersi di traverso».

La giornata palermitana ha così unito due piani: l’intervento immediato contro le nuove intimidazioni e la conservazione della memoria delle stragi. Da una parte, i fermi per gli episodi che hanno interessato il mandamento di Tommaso Natale-San Lorenzo; dall’altra, il ricordo di chi ha affrontato la mafia pagando con la vita il proprio impegno nelle istituzioni.

«L’insegnamento che queste donne e questi uomini ci hanno lasciato – ha concluso Meloni – è che sono le piccole mani che cambiano il mondo, non il grande potere, aveva ragione Tolkien. La grande storia nasce da questi gesti semplici».

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