Vittorio Feltri difende Giorgia Meloni dopo le tensioni con Trump e l’inserimento della premier nella lista nera iraniana.
Vittorio Feltri interviene in difesa di Giorgia Meloni dopo la pubblicazione, da parte di un quotidiano iraniano vicino al regime, di un elenco di leader occidentali indicati come responsabili della morte di Ali Khamenei. Tra i volti comparsi nella cosiddetta lista nera figura anche quello della presidente del Consiglio italiana. Per il direttore editoriale de Il Giornale, non si tratterebbe di una semplice provocazione propagandistica, ma di un’intimidazione rivolta direttamente al capo del governo e, di conseguenza, alle istituzioni italiane.
La presa di posizione arriva dopo settimane di tensione anche nei rapporti tra Meloni e il presidente statunitense Donald Trump. Il leader americano ha criticato l’Italia per non aver sostenuto maggiormente l’intervento contro l’Iran e per aver limitato l’utilizzo delle basi presenti sul territorio nazionale nelle operazioni militari dirette contro Teheran. Il governo italiano ha più volte affermato di non aver autorizzato l’impiego del proprio territorio per attacchi diretti.
Secondo Feltri, la premier sarebbe così finita sotto attacco da fronti opposti: criticata da una parte della sinistra italiana, rimproverata dagli Stati Uniti per la prudenza mantenuta durante il conflitto e infine indicata come nemica dal sistema iraniano.
Vittorio Feltri difende Giorgia Meloni sull’Iran
Nel suo intervento, Feltri sostiene che la posizione assunta dalla presidente del Consiglio sia stata coerente con la difesa degli interessi nazionali. L’Italia, ricorda, non ha dichiarato guerra all’Iran, non ha scelto di partecipare direttamente al conflitto e non ha messo automaticamente le proprie installazioni militari a disposizione di operazioni decise da altri governi.
«Ha fatto ciò che dovrebbe fare qualsiasi presidente del Consiglio: difendere la sovranità nazionale», afferma Feltri.
Il giornalista sottolinea che le basi militari utilizzate dagli alleati sul territorio italiano non rappresentano aree sottratte alla sovranità dello Stato. Il loro impiego è disciplinato da accordi internazionali e richiede il rispetto di procedure e autorizzazioni. Per questo, secondo la sua lettura, impedire un uso indiscriminato delle strutture non equivarrebbe a tradire l’alleanza con Washington.
«L’Italia non è una colonia e Palazzo Chigi non è l’ufficio periferico della Casa Bianca. Meloni ha ricordato esattamente questo. E ha avuto ragione».
Feltri riconosce a Trump il diritto di ragionare secondo gli interessi statunitensi, ma rivendica per la presidente del Consiglio italiano lo stesso dovere nei confronti del proprio Paese.
«Meloni non è stata eletta per compiacere Trump. Non è stata eletta per compiacere il regime iraniano. Non è stata eletta neppure per compiacere la sinistra italiana. È stata eletta per governare l’Italia».
L’accusa alla sinistra e il “gioco truccato” contro la premier
La parte più dura dell’intervento riguarda gli avversari politici della presidente del Consiglio. Secondo Feltri, nei confronti di Meloni verrebbe applicato un criterio per cui qualsiasi scelta sarebbe automaticamente considerata sbagliata.
«Se sostiene gli alleati occidentali, è guerrafondaia. Se rifiuta di entrare in guerra, è sleale verso gli alleati. Se dialoga con Trump, è una sua serva. Se si oppone a Trump, ha tradito l’Occidente. È il solito gioco truccato: la conclusione è già scritta prima ancora dei fatti. Meloni deve avere torto per definizione».
Il giornalista descrive una premier difficile da collocare nel ruolo che alleati e avversari vorrebbero assegnarle. Non abbastanza disponibile nei confronti di Trump, non sufficientemente remissiva verso Teheran e comunque colpevole agli occhi di una parte della sinistra italiana.
In questa contrapposizione, Feltri inserisce anche il tema della propaganda. La presenza del volto della presidente del Consiglio nella lista pubblicata in Iran è stata confermata dopo che un quotidiano legato al sistema iraniano ha indicato diversi leader occidentali come responsabili della morte di Khamenei, accompagnando le immagini con richieste di vendetta.
«Non è una semplice vignetta politica. È un’intimidazione rivolta al capo del governo italiano e, dunque, alle nostre istituzioni».
Per Feltri, davanti a un episodio di questo tipo la solidarietà non dovrebbe essere condizionata dall’appartenenza politica. La persona indicata come bersaglio non sarebbe soltanto la leader di Fratelli d’Italia, ma chi rappresenta il governo e lo Stato italiano.
Feltri denuncia la misoginia del regime iraniano
Nel ragionamento del giornalista assume un peso rilevante anche il fatto che Meloni sia una donna alla guida di un Paese occidentale, europeo e membro della Nato. Una figura che, secondo Feltri, rappresenterebbe l’opposto del modello imposto dalla teocrazia iraniana.
«Una donna che decide, che comanda, che non chiede il permesso, che non si lascia intimidire e che occupa un ruolo tradizionalmente riservato agli uomini. Per un regime profondamente misogino come quello iraniano, questo particolare non è secondario».
Il riferimento è alle restrizioni imposte per decenni alle donne iraniane, sottoposte a obblighi nell’abbigliamento, limitazioni delle libertà personali e repressione delle proteste. Feltri accusa una parte della sinistra di denunciare con forza il sessismo nella politica italiana, ma di non mostrare la stessa fermezza davanti alla discriminazione sistematica praticata dal regime di Teheran.
Il giornalista critica inoltre quei settori politici che, in nome dell’antiamericanismo o dell’opposizione a Israele, arriverebbero a giustificare indirettamente un sistema che perseguita le donne e reprime il dissenso.
«Questa ipocrisia è intollerabile».
La conclusione di Feltri è netta: gli attacchi provenienti da direzioni differenti dimostrerebbero che Meloni non accetta di adeguarsi completamente alle aspettative degli altri governi o dei suoi avversari interni.
«Non è abbastanza obbediente per Trump. Non è abbastanza remissiva per Teheran. Non è abbastanza colpevole per la sinistra italiana. Continua a fare il proprio mestiere. E forse è proprio questo che non le perdonano».
