Abderrahim Fakir muore ammanettato, nessun agente indagato: primo caso dello “scudo” per gli agenti

La morte di Abderrahim Fakir apre un caso a Bologna: nessun indagato, Procura al lavoro sull’intero intervento di polizia.

Le immagini mostrano soltanto gli ultimi, drammatici minuti. Abderrahim Fakir, 43 anni, è disteso sull’asfalto, immobilizzato e ammanettato, mentre alcuni agenti e un civile cercano di contenerlo. Poco dopo l’uomo smette di reagire e muore. Ora la Procura di Bologna vuole ricostruire ogni passaggio di un intervento durato molto più a lungo rispetto al video circolato sui social.

Il procedimento è stato iscritto nel registro denominato “modello 45-bis”, introdotto per le verifiche preliminari sui fatti attribuiti agli appartenenti alle forze dell’ordine quando potrebbe essere presente una causa di giustificazione. Non risultano persone formalmente indagate.

Sarebbe la prima applicazione della nuova norma in un caso di questa rilevanza. Il fascicolo riguarda tutti coloro che hanno partecipato alle differenti fasi del prolungato intervento avvenuto domenica 19 luglio in via Italo Svevo, nel quartiere Pilastro.

La Procura guidata da Paolo Guido ha acquisito il filmato diffuso in rete e dovrà esaminare anche le registrazioni delle bodycam degli agenti, le comunicazioni con la centrale operativa, gli interventi del personale sanitario e le testimonianze dei residenti. L’autopsia dovrà stabilire la causa esatta della morte.

Morto ammanettato a Bologna, il fascicolo senza indagati

Il registro 45-bis è separato da quello ordinariamente utilizzato per le notizie di reato. Al suo interno vengono annotati i nomi delle persone alle quali è attribuito un fatto potenzialmente penalmente rilevante, ma compiuto in una situazione nella quale potrebbe ricorrere una causa di giustificazione.

L’iscrizione non equivale quindi a un’accusa e, al momento, gli agenti coinvolti non risultano indagati. La procedura consente comunque alla magistratura di svolgere gli accertamenti necessari senza attribuire immediatamente responsabilità penali.

Il procedimento aperto a Bologna riguarda “quanti hanno preso parte alle diverse fasi del prolungato intervento”. L’obiettivo è accertare cosa sia accaduto prima, durante e dopo l’immobilizzazione di Abderrahim Fakir, evitando che la ricostruzione venga limitata ai pochi minuti registrati da un residente.

“Le indagini terranno conto dell’intero sviluppo dei fatti, di più ampia estensione temporale rispetto al video sino ad ora diffuso in rete, pure acquisito da quest’ufficio, e dell’intervento degli operatori sia delle forze dell’ordine sia del personale sanitario”, ha precisato la Procura.

La Questura ha già annunciato la consegna delle immagini riprese dalle bodycam. Secondo le ricostruzioni disponibili, l’intera sequenza dell’intervento sarebbe durata circa 39 minuti, un periodo decisamente più lungo rispetto alle immagini diventate virali.

La chiamata al 118 e la segnalazione di una “crisi psichiatrica”

L’intervento è iniziato nella tarda mattinata del 19 luglio, dopo le telefonate di alcuni residenti del Pilastro. Le richieste di aiuto segnalavano la presenza di un uomo in forte stato di agitazione nell’area condominiale di via Italo Svevo.

Sul posto sono arrivati una volante della Polizia di Stato e il personale del 118. Dai primi accertamenti della Procura sarebbe emerso che, nel chiedere l’intervento dell’ambulanza, gli agenti avevano segnalato una persona alle prese con una “crisi psichiatrica”.

La natura dell’agitazione e le condizioni fisiche di Fakir prima dell’arrivo delle forze dell’ordine dovranno essere chiarite. Secondo la ricostruzione iniziale, l’uomo avrebbe colpito l’automobile della polizia. Gli agenti avrebbero quindi utilizzato dello spray urticante prima di immobilizzarlo con l’aiuto di un civile.

L’operazione sarebbe avvenuta anche alla presenza dei sanitari. Nel video diffuso online si vede il 43enne a terra, con il corpo rivolto verso l’asfalto, mentre viene bloccato dagli operatori. L’uomo grida “Aiuto, basta”, poi smette di muoversi. Le immagini, da sole, non permettono di stabilire le cause del decesso né di ricostruire quanto accaduto nelle fasi precedenti.

Dopo l’immobilizzazione, Fakir avrebbe accusato un malore. Il personale sanitario ha tentato di soccorrerlo, ma ogni intervento si è rivelato inutile. Il corpo è rimasto a lungo nell’area condominiale, mentre nel quartiere si radunavano familiari, conoscenti e residenti.

L’autopsia, i problemi respiratori e la richiesta di verità

Abderrahim Fakir, originario del Marocco, viveva in Italia dall’infanzia e risiedeva a Borgonuovo di Sasso Marconi, nel territorio bolognese. Era sposato e lavorava nel settore del facchinaggio e della logistica. Domenica si trovava al Pilastro per incontrare alcuni familiari e conoscenti.

I parenti hanno riferito che l’uomo soffriva di asma e che in passato era già stato accompagnato in ospedale. Tra le ipotesi da verificare c’è dunque anche quella di una crisi respiratoria, eventualmente aggravata dallo stato di agitazione, dallo spray urticante o dalle modalità dell’immobilizzazione.

Si tratta, allo stato, soltanto di elementi che dovranno essere esaminati dai consulenti medico-legali. Sarà l’autopsia a stabilire se la morte sia stata provocata da una patologia preesistente, da un arresto cardiaco, da difficoltà respiratorie o da una combinazione di fattori.

Anche il 118 ha avviato verifiche interne sul comportamento e sui tempi d’intervento del personale sanitario. Dal Viminale è stata assicurata la massima collaborazione con l’autorità giudiziaria e la piena disponibilità a fornire tutti gli elementi utili all’inchiesta.

Il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, e il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, hanno chiesto che venga fatta piena luce sulla morte. Per lunedì 20 luglio è stato convocato un momento di raccoglimento in piazza Nettuno dedicato alla vittima e alla comunità del Pilastro.

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