Il caso Bologna riporta la sicurezza al centro del confronto nel Pd, mentre cresce la pressione politica sulla segretaria Elly Schlein.
La morte di Abderrahim Fakir, avvenuta durante un intervento della polizia nel quartiere Pilastro di Bologna, apre un fronte particolarmente delicato per Elly Schlein e per l’intero Partito democratico. Mentre la magistratura lavora per ricostruire la dinamica e accertare eventuali responsabilità, nel centrosinistra torna a emergere una questione mai realmente risolta: quale risposta offrire alla domanda di sicurezza senza rinunciare alla tutela dei diritti e alle garanzie nei confronti dei cittadini.
Il caso è esploso proprio nella città politicamente più vicina alla segretaria del Pd, dove la Schlein ha costruito una parte importante del proprio percorso. Bologna, amministrata quasi ininterrottamente dal centrosinistra e considerata uno dei simboli storici del progressismo italiano, non rappresenta quindi soltanto il luogo della tragedia. È anche il territorio nel quale le contraddizioni interne all’opposizione diventano più evidenti.
La morte del quarantaduenne di origine marocchina ha provocato proteste e duri scontri con le forze dell’ordine. Le immagini diffuse raccontano soltanto una parte dell’accaduto, mentre la Procura di Bologna ha chiarito che i fatti da esaminare sono più estesi rispetto alla sequenza circolata pubblicamente. Due agenti e quattro operatori sanitari risultano sottoposti ad accertamenti, mentre saranno analizzate anche le registrazioni delle bodycam.
Il caso Bologna mette Elly Schlein davanti al nodo sicurezza
Nel Pd c’è chi chiede che sia fatta piena luce sull’intervento. Il deputato Andrea De Maria ha dichiarato: «Bologna, una città di solide radici democratiche e antifasciste, merita tutta la verità su quanto è accaduto ieri al Pilastro».
La richiesta di verità non risolve però il problema politico emerso dopo la morte di Fakir. Il partito deve tenere insieme l’esigenza di accertare le condotte individuali, la difesa dello Stato di diritto e la condanna delle violenze commesse durante le manifestazioni.
Il rischio per la Schlein è quello di apparire schiacciata tra due posizioni difficilmente conciliabili. Da una parte vi è chi concentra l’attenzione sulle modalità dell’immobilizzazione e chiede risposte immediate alle istituzioni. Dall’altra cresce, anche all’interno del centrosinistra, la richiesta di non trasformare l’inchiesta su singoli agenti in un’accusa indiscriminata contro tutte le forze dell’ordine.
Le proteste successive alla morte di Fakir sono degenerate in scontri durante i quali sono stati lanciati oggetti e petardi contro gli schieramenti di polizia. Gli agenti hanno risposto utilizzando lacrimogeni e idranti. Decine di appartenenti alle forze dell’ordine sono rimasti feriti, rendendo ancora più difficile per il Pd separare la richiesta di giustizia dalla necessità di condannare senza ambiguità le violenze.
De Pascale, Veltroni e Bonaccini chiedono una risposta da sinistra
Il tema della sicurezza aveva già cominciato a creare tensioni nel campo progressista prima dei fatti di Bologna. Il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale, intervenendo sul caso di Mario Roggero, aveva invitato la sinistra a non lasciare la questione nelle mani del centrodestra.
«Serve una risposta da sinistra. Ci sono milioni di italiani, anche nostri elettori, che ci accusano di non proporre soluzioni efficaci», aveva affermato il governatore. La sua posizione non coincide con una richiesta di allargare indiscriminatamente i limiti della legittima difesa. De Pascale ha infatti ricordato che inseguire un aggressore per sparargli mentre fugge non può essere equiparato a una reazione necessaria contro un pericolo ancora attuale.
Una riflessione simile è stata espressa da Walter Veltroni, secondo il quale «la sicurezza è un grande tema di sinistra perché la sicurezza ha a che fare in primo luogo con la condizione di vita dei più deboli della società».
La stessa sensibilità è attribuita anche a Stefano Bonaccini, presidente del Partito democratico ed ex governatore dell’Emilia-Romagna. L’idea condivisa da quest’area del partito è che criminalità, degrado e paura colpiscano soprattutto chi non dispone di strumenti economici o privati per proteggersi.
Queste posizioni esercitano una pressione diretta sulla segreteria. Alla Schlein viene chiesto non soltanto di costruire una leadership riconoscibile, ma anche di definire una proposta capace di unire diritti, legalità, prevenzione e controllo del territorio.
L’ipotesi Franco Gabrielli per federare il campo largo
In questo scenario torna a circolare anche il nome di Franco Gabrielli, già capo della Polizia, direttore del Sisde, prefetto di Roma e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel governo guidato da Mario Draghi.
L’ipotesi politica sarebbe quella di affidare a una figura esterna alla competizione tra Elly Schlein e Giuseppe Conte un ruolo di federatore del campo progressista. Non esiste al momento una candidatura formalizzata e l’eventualità resta una suggestione politica, ma il profilo di Gabrielli risponderebbe a due esigenze: offrire competenza istituzionale sul tema della sicurezza e garantire le componenti moderate della coalizione.
La questione della leadership del campo largo rimane aperta. Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e le forze centriste stanno cercando punti comuni, ma le divergenze emergono soprattutto quando il confronto si sposta dall’opposizione al governo alla costruzione di un programma condiviso. Nelle ultime settimane i leader della coalizione hanno continuato a coordinarsi attraverso incontri e iniziative pubbliche, senza tuttavia sciogliere il nodo della guida.
Il caso di Bologna rende questo passaggio ancora più urgente. Prima di qualsiasi valutazione politica, sarà necessario attendere gli accertamenti sulla morte di Abderrahim Fakir. Ma sul piano elettorale il tema è già definito: il centrosinistra dovrà spiegare come intende difendere contemporaneamente i cittadini, i diritti individuali e la credibilità delle istituzioni.
