Giannini contro Elkann: “Hanno distrutto l’editoria italiana”
Secondo il Financial Times, il 2025 di John Elkann è segnato da tensioni e scelte difficili, mentre Massimo Giannini attacca duramente la gestione dell’editoria italiana
L’attacco arriva senza filtri e senza attenuanti. Massimo Giannini sceglie parole durissime per descrivere lo stato dell’editoria italiana e chi, a suo giudizio, ne ha guidato la lenta demolizione. Nel mirino finisce John Elkann, figura centrale di un sistema che oggi appare attraversato da tensioni, scelte controverse e un futuro sempre più incerto. Le frasi pronunciate da Giannini non sono solo uno sfogo personale, ma diventano il simbolo di un malessere che attraversa redazioni, lettori e storiche testate nazionali.
Secondo un’analisi del Financial Times, il 2025 si sta rivelando un anno complesso per Elkann, chiamato a gestire simultaneamente crisi industriali, difficoltà sportive e un nodo sempre più delicato: quello dell’informazione. Ferrari e Juventus faticano, mentre l’attenzione si sposta sull’editoria, settore che per decenni ha rappresentato un pilastro culturale del Paese. In questo contesto prende forma l’ipotesi di una possibile cessione di la Repubblica a soggetti stranieri e di una separazione di La Stampa dal gruppo. Scenari che alimentano interrogativi profondi sul destino di testate simbolo del giornalismo italiano.
L’intervento di Giannini nasce da una lettera pubblicata su Venerdì, firmata da una lettrice storica che esprime preoccupazione e sconcerto per ciò che sta accadendo. La risposta del giornalista è netta, quasi brutale nella sua chiarezza. “Cara Ilaria, il tuo sconcerto è anche il mio. Questi ricchi e mediocri capitalisti italiani, prestati all’informazione per pure convenienze personali, hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato editoria”. Parole che pesano come un atto d’accusa, pronunciate da chi per anni ha vissuto dall’interno le trasformazioni e le contraddizioni del sistema editoriale.
Nel suo intervento, Giannini non si limita a denunciare le scelte dei vertici, ma allarga lo sguardo al valore storico dei giornali coinvolti. Repubblica, ricorda, non è stata soltanto una testata, ma un luogo di formazione culturale e civile per intere generazioni. Un patrimonio che oggi appare fragile, esposto a logiche finanziarie che sembrano ignorarne il peso simbolico. “Con Repubblica siamo cresciuti in tanti. Con Repubblica è cresciuta l’Italia. Oggi questo patrimonio è in pericolo: bisognava averne cura e proteggerlo in questi anni di dissennata distruzione di valore”, scrive il giornalista, sottolineando una frattura che va oltre la semplice gestione aziendale.
Il passaggio più amaro arriva nel finale, quando Giannini richiama la figura di Eugenio Scalfari, evocando l’eredità morale e culturale lasciata dal fondatore del quotidiano. “Spero solo che non sia troppo tardi, ma ho la certezza che Eugenio Scalfari, il grande Barbapapà al quale dobbiamo tutto, si stia rivoltando nella tomba”. Una frase che fotografa il senso di disillusione che accompagna questa fase di profonda trasformazione dell’editoria italiana, sospesa tra passato glorioso e futuro incerto.
