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“Avete alimentato il terrore”, Feltri accusa le piazze pro Palestina

Secondo Vittorio Feltri il pacifismo militante del 2025 ha coperto estremismo e ambiguità, trasformando la solidarietà in propaganda e l’umanitarismo in un alibi politico per non guardare la realtà.

Il pacifismo che diventa intimidazione

Per Vittorio Feltri, il 2025 è stato l’anno del trionfo di un pacifismo solo apparente. Un pacifismo urlato, aggressivo, spesso violento, che si è presentato come umanitario ma ha usato le piazze come strumenti di pressione morale. Feltri osserva come molte manifestazioni si siano definite pacifiche salvo poi trasformarsi in luoghi di intimidazione, slogan identitari e ricatti morali. Il messaggio implicito, ripetuto ossessivamente, è stato semplice: “Se non stai con noi, sei un mostro”. Un metodo che Feltri riconduce ai meccanismi classici dei totalitarismi, dove il dissenso non è ammesso e la complessità viene schiacciata da una morale a senso unico.

Hamas, umanitarismo e sospetti giudiziari

Il punto di rottura, secondo Feltri, arriva quando la retorica si scontra con le carte giudiziarie. In quel momento, la narrazione perde forza. Dalle indagini, spiega, emerge il sospetto che una parte dei fondi raccolti in nome dell’umanitarismo non sia servita a pane e medicinali, ma abbia alimentato reti, apparati e sostegno a famiglie legate all’estremismo. Un vero e proprio welfare ideologico che garantisce copertura e consenso a chi pratica il terrorismo. Feltri è netto: Hamas non è un’associazione di beneficenza, ma un’organizzazione terroristica che governa con il terrore, usa i civili come scudi e la miseria come strumento di propaganda. Chi lo afferma viene spesso accusato di razzismo o islamofobia, un meccanismo che chiude ogni discussione e impedisce di distinguere tra solidarietà autentica e militanza travestita.

La cultura dell’alibi e la responsabilità collettiva

Feltri individua nella cultura dell’alibi il vero lascito di quest’anno. Prima si nega, poi si minimizza, quindi si piange e infine si accusa lo Stato di repressione. In questo schema, lo Stato non dovrebbe mai difendersi, neppure quando svolge il proprio lavoro. Il finto pacifismo, sostiene, si è presentato come moralmente superiore mentre spesso è stato incapace di condannare con chiarezza il terrorismo. Il risultato è una solidarietà cieca, trasformata in strumento politico. Chiamare le cose con il loro nome diventa allora un atto necessario: la solidarietà non può essere un lasciapassare per l’estremismo, e il pacifismo non può diventare un travestimento ideologico che finisce per prolungare i conflitti invece di ridurli.