Meloni avverte sul 2026, è l’anno delle scelte che possono cambiare tutto
Giorgia Meloni prepara il 2026 tra riforme costituzionali, legge elettorale, premierato e nodi economici cruciali che potrebbero mettere alla prova la tenuta dell’esecutivo.
Giorgia Meloni e l’anno delle scelte istituzionali
“Il 2025 è stato tosto per tutti noi. Il 2026 sarà peggio”.
La frase pronunciata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante gli auguri natalizi ai dipendenti di Palazzo Chigi ha assunto il peso di un avvertimento politico.
Il nuovo anno si apre infatti come uno snodo decisivo per il governo, chiamato ad affrontare riforme che incidono sull’assetto istituzionale dello Stato e sull’equilibrio della democrazia.
Dopo oltre tre anni di legislatura, l’esecutivo resta solido nei sondaggi, nonostante tensioni ricorrenti tra alleati e un quadro internazionale complesso.
Tuttavia il 2026 rappresenta il primo vero banco di prova in cui il governo intende rendere operative o rivedere norme strutturali, consapevole che proprio su questi terreni molti esecutivi del passato hanno vacillato.
Il riferimento storico è chiaro. Interventi costituzionali ed emergenze economiche hanno segnato la parabola politica di governi guidati da Silvio Berlusconi, Matteo Renzi e, per certi aspetti, anche da Giuseppe Conte.
Il rischio, per Giorgia Meloni, è quello di trovarsi sospesa tra la spinta riformatrice e la necessità di non esporsi a battute d’arresto difficili da recuperare, mentre si avvicina la fase preparatoria della prossima corsa elettorale.
Referendum, legge elettorale e premierato
I primi mesi del 2026 saranno segnati dalla campagna referendaria sulla separazione delle carriere dei magistrati, una delle tre riforme costituzionali promesse da Giorgia Meloni nel 2022.
È la riforma con maggiori possibilità di arrivare rapidamente al voto popolare, ma l’esito resta incerto. La presidente del Consiglio ha più volte chiarito di non voler personalizzare il referendum, ribadendo di “non voler fare la fine di Matteo Renzi”.
Nonostante ciò, una vittoria del no rappresenterebbe un colpo politico rilevante per l’esecutivo.
Parallelamente resta aperto il dossier sulla legge elettorale. Una riforma condivisa con le opposizioni sarebbe auspicabile sul piano istituzionale, ma politicamente rischiosa. Significherebbe trattare con Elly Schlein e Giuseppe Conte a ridosso di una competizione elettorale dall’esito non scontato.
Procedere in autonomia, invece, comporterebbe il pericolo di una riforma inefficace o divisiva anche all’interno della maggioranza, dove gli interessi di Fratelli d’Italia non coincidono sempre con quelli di Lega e Forza Italia.
In questo contesto si inserisce anche il tema del premierato.
Dopo una prima spinta, il dossier è stato momentaneamente accantonato. Il governo dovrà decidere se accelerare, sapendo che l’eventuale referendum cadrebbe dopo il voto del 2027, oppure se rinviare, rinunciando al progetto del premier forte. Entrambe le opzioni presentano rischi politici.
Autonomia differenziata, Pnrr e manovra
Un altro fronte delicato riguarda l’autonomia differenziata, riforma centrale per la Lega.
Dopo l’intervento della Corte costituzionale, il governo ha cercato di salvare alcune intese, soprattutto in vista delle elezioni regionali in Veneto.
Rendere l’autonomia pienamente operativa richiederebbe però di riscrivere la norma secondo i rilievi della Consulta, con particolare attenzione ai Lep. Un’operazione che comporterebbe investimenti pari ad almeno due manovre finanziarie, difficilmente sostenibili.
Il rischio di nuove tensioni con Matteo Salvini appare concreto nel momento in cui Giorgia Meloni dovrà prendere atto dei limiti finanziari dell’operazione.
A questo si aggiunge la scadenza dei fondi del Pnrr nel 2026. Senza il sostegno europeo, reperire risorse per interventi strutturali diventerà più complesso, così come costruire l’ultima manovra finanziaria della legislatura, destinata inevitabilmente a intrecciarsi con la campagna elettorale.
Nel primo paragrafo, il percorso politico di Giorgia Meloni resta il fulcro di un anno che potrebbe segnare un passaggio decisivo per il futuro dell’esecutivo e dell’intera legislatura.
