Venezuela, Conte nell’angolo: “Condannerà Trump o difenderà Maduro?”
Il blitz Usa che ha abbattuto Nicolas Maduro mette in crisi Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle, divisi tra anticolonialismo di bandiera, vecchie simpatie chaviste e rapporti con Donald Trump.
Giuseppe Conte stretto tra Trump e il chavismo
L’operazione americana che ha posto fine al regime di Nicolas Maduro apre un fronte politico imbarazzante per Giuseppe Conte.
La domanda rimbalza nei palazzi e sui social: il leader del Movimento 5 Stelle scenderà in piazza davanti all’ambasciata statunitense per protestare contro Donald Trump, oppure sceglierà una linea più prudente per non rompere definitivamente con Washington?
Per i pentastellati è una vera “brutta gatta da pelare”. L’intervento a stelle e strisce chiude una lunga stagione di gestione statale fallimentare, figlia di un socialismo di stampo chavista che ha portato un Paese ricchissimo di risorse, a partire dal petrolio, al collasso economico e sociale.
Una democrazia liberale avrebbe potuto garantire benessere e diritti; al contrario, il Venezuela è precipitato in povertà e repressione.
Le radici di questo disastro affondano nell’era di Hugo Chávez, che oltre a imporre modelli economici ispirati all’Urss, ingaggiò una guerra ideologica anche contro la Chiesa cattolica, sostituendo il Vangelo con il culto politico di Simón Bolívar. Maduro ha poi aggravato lo scontro, arrivando ad accusare la Chiesa di una “nuova inquisizione”.
Il Vaticano, Casini e le contraddizioni grilline
Per una singolare coincidenza storica, mentre Trump torna alla Casa Bianca, in Vaticano siede Papa Leone XIV, americano e profondo conoscitore dell’America Latina, sensibile al grido di dolore dei popoli oppressi dai regimi.
Un atlantismo di fatto che parla di libertà, dignità e difesa dei diritti umani contro governi corrotti che limitano anche la libertà religiosa. Un contesto che mette ulteriormente in difficoltà Conte, che ama rivendicare buoni rapporti con la Santa Sede.
Il confronto diventa impietoso se si guarda al passato. Nel 2018 Pier Ferdinando Casini, allora presidente della Commissione Esteri del Senato, rientrò da una missione in Venezuela sostenuta dal Vaticano e presentò una mozione durissima contro Maduro.
La mozione passò, ma con il voto contrario dei grillini. E Conte era presidente del Consiglio.
In quella fase, stretto tra la Lega, Enzo Moavero Milanesi e le pressioni europee per riconoscere Juan Guaidó, Conte scelse l’ambiguità, parlando di un Paese “geograficamente lontano ma tanto amato”.
Una prudenza obbligata anche dalla linea di Alessandro Di Battista, contrario a qualsiasi rottura con il chavismo, storicamente popolare tra i militanti M5S.
Foto, accuse filoputiniane e caos sulla politica estera
Oggi, con l’intervento americano a Caracas e la dura condanna della Russia, il leader pentastellato rischia di essere nuovamente accusato di posizioni filoputiniane, difendendo Maduro per riflesso ideologico.
E il paradosso è evidente: come conciliare questa linea con il passato rapporto privilegiato con Trump?
Una fotografia del 30 luglio 2018 alla Casa Bianca ritrae Conte e Trump sorridenti, mentre il premier italiano incassava gli elogi del presidente Usa sul “valore strategico del rapporto bilaterale e della storica amicizia” tra i due Paesi. Oggi quella foto pesa come un macigno.
Il nodo resta sempre lo stesso: la politica estera del Movimento 5 Stelle, mai lineare, spesso condizionata da simpatie verso regimi “borderline” fin dai tempi di Beppe Grillo.
Dall’America Latina al Medio Oriente, la bussola grillina continua a oscillare. E il caso Venezuela rischia di trasformarsi nell’ennesima prova di incoerenza, mettendo Giuseppe Conte davanti a una scelta che potrebbe costargli caro, politicamente e diplomaticamente.
