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Crans-Montana, il giovane medico distrutto dal dolore che lotta per salvare i coetanei: “Sono ragazzi come me, erano lì solo per divertirsi”

A Crans-Montana un incendio devasta decine di giovani. Al Niguarda di Milano il medico Pietro Oldani racconta l’emergenza ustioni e il peso emotivo di curare ragazzi coetanei.

Crans-Montana, i feriti trasferiti d’urgenza in Italia

Dopo il devastante incendio nel locale Le Constellation, avvenuto a Crans-Montana, numerosi feriti sono stati trasferiti in Italia per ricevere cure specialistiche. Tra le strutture coinvolte c’è l’ospedale Niguarda di Milano, dove il Centro Grandi Ustionati è entrato immediatamente in piena emergenza.
Dal primo elicottero atterrato sulla pista dell’ospedale, l’equipe medica è stata impegnata senza sosta. Tra loro c’è Pietro Oldani, 30 anni, medico specializzando al terzo anno di Chirurgia plastica all’Università Statale di Milano. Il giovane medico si è trovato fin dalle prime ore chiuso in sala operatoria insieme ai colleghi, sotto la direzione del professor Wilhelm Baruffaldi Preis, responsabile del reparto. I pazienti arrivati sono in gran parte giovanissimi, molti dei quali minorenni, con ustioni estese e condizioni cliniche estremamente delicate.

Il racconto dal reparto ustionati del Niguarda

«Accettarlo per noi non è semplice, per me ancora di più», ha spiegato Pietro Oldani raccontando le ore successive alla tragedia. «Hanno meno di diciotto anni. Non si è abituati a vederne di così gravi, non così tanti, di questa età», ha aggiunto descrivendo l’impatto emotivo dei primi interventi.
Dopo l’arrivo dei primi due feriti, altri ragazzi sono stati trasportati in rapida successione. «Li abbiamo portati in sala e operati. E da lì non abbiamo più smesso», ha raccontato. Alcuni pazienti presentano ustioni di secondo e terzo grado che coprono fino al 70 per cento del corpo. In sala operatoria, il medico cerca di mantenere la massima lucidità, concentrandosi esclusivamente sugli interventi necessari per salvare vite e ridurre i danni più gravi.

Il peso emotivo e la speranza tra i letti del reparto

Quando il lavoro chirurgico si interrompe e il camice viene tolto, l’aspetto emotivo emerge con forza. «Mi fermo e mi rendo conto che non riesco a essere distaccato come sempre», ha ammesso Oldani. Il motivo è legato all’età dei pazienti. «Ti immedesimi. Erano solo a divertirsi con gli amici come abbiamo fatto tutti. È un dramma».
La pressione psicologica riguarda anche il rapporto con le famiglie dei feriti. Parlare con genitori consapevoli della possibilità di non rivedere i propri figli rappresenta uno dei momenti più difficili per l’intero personale sanitario. Nonostante tutto, nel reparto resta spazio per un segnale di speranza. Tra i letti, con i pazienti ancora intubati, alcuni giovani «hanno ricominciato a parlare», rompendo il silenzio che accompagna l’emergenza e offrendo un segnale incoraggiante.