Feltri commosso per il giovane clochard donatore, “Non aveva nulla, ha donato tutto”
Vittorio Feltri ricostruisce la storia di C.F., 25 anni di Arezzo, morto dopo settimane di coma: viveva sotto un ponte e ha scelto di donare i suoi organi.
“Vivere sotto un ponte” e una vita senza appigli
Nel suo racconto, Vittorio Feltri parte da un’espressione che in Italia è diventata sinonimo di miseria assoluta: “vivere sotto un ponte”. Non una metafora, ma la realtà quotidiana di C.F., 25enne di Arezzo, trovato circa tre settimane fa in arresto cardiaco sotto un ponte di Firenze. Probabilmente un’overdose, dopo anni di abuso di sostanze stupefacenti e una vita trascorsa ai margini, senza riuscire a uscire dalla strada.
Feltri descrive la strada come una trappola che risucchia, “come sabbie mobili”: più ci si agita per cercare un appiglio, più si affonda. Trasportato d’urgenza in ospedale, il giovane è rimasto in coma per tre settimane, fino alla morte avvenuta pochi giorni fa. Nessuno si era accorto di lui quando era in vita. Tutti sono costretti ad accorgersene ora, da morto.
Il biglietto in tasca e la scelta estrema
Secondo il racconto di Feltri, non sapremo mai se C.F. abbia cercato la morte o l’abbia semplicemente subita, stremato da una condizione senza via d’uscita. In tasca, però, il ragazzo aveva un biglietto scritto di suo pugno, con cui lasciava tutto ciò che possedeva ad altri, perfetti sconosciuti. Non beni, non denaro, non proprietà. Nulla di tutto questo.
Feltri anticipa l’equivoco: non un clochard milionario per scelta, non un eremita ricco che rifiuta il benessere. C.F. non aveva tesori nascosti. Eppure, scrive il giornalista, era “ricco, anzi ricchissimo”. Non di soldi, ma di cuore. Perché quel ragazzo ha deciso di donare i suoi organi. Ha lasciato in eredità se stesso.
Un gesto che acquista un peso ancora maggiore se confrontato con l’indifferenza ricevuta in vita: sguardi di disprezzo, di pietà, o più spesso nessuno sguardo. Feltri sottolinea come l’essere umano abbia una straordinaria capacità di evitare ciò che disturba la coscienza, ciò che costringe a interrogarsi.
“Non aveva niente e ha donato tutto”
Feltri ammette che questa storia lo ha colpito in modo lacerante. A 83 anni, scrive di non riuscire a smettere di pensare a C.F., alla sua vita, alla sua morte, alla sua grandezza silenziosa. “Quante volte ci lamentiamo di non avere niente mentre abbiamo tutto”, osserva. C.F. non aveva nulla e ha donato tutto quello che aveva: i suoi organi.
Per Feltri, è qui che si misura l’autenticità del dono. Non nel dare una parte di ciò che si possiede, magari a malincuore, ma nel dare tutto se stessi. C.F. non ha lasciato oggetti, ma salvezza, salute, vita. Qualcuno tornerà a vedere con i suoi occhi, qualcun altro continuerà a vivere grazie al suo cuore, ai suoi polmoni, al fegato, al pancreas.
“Ho conosciuto poche persone ricche come C.F.”, conclude Feltri, ricordando che anche quando non c’è più nulla da fare, si può sempre fare qualcosa. E che anche quando non si ha niente, si può comunque dare tutto.