Italia & Dintorni

Agenti feriti ad Askatasuna, Feltri senza sconti: “Non chiamateli ragazzi fragili, sono violenti protetti”

Vittorio Feltri : le parole servono a smascherare bugie. “Fascismo rosso” non è un’etichetta, ma la descrizione di violenza, intimidazione e pensiero unico travestiti da antifascismo.

Le parole come bisturi contro la menzogna

Le dichiarazioni di Vittorio Feltri partono da un chiarimento netto: le parole non servono solo a catalogare i fatti, ma a smascherare le bugie. Quando Tomaso Cerno usa l’espressione “fascismo rosso”, non confonde le etichette né assolve chicchessia. Punta al cuore del problema: il trucco più antico di una certa sinistra, gridare “fascismo!” ogni volta che perde un argomento, una piazza, un consenso. In Italia il fascismo è diventato un feticcio evocato ovunque, tranne dove si manifesta il metodo fascista autentico: sopraffazione, violenza organizzata, intimidazione, imposizione del pensiero unico con la paura. Ed è proprio lì che, osserva Feltri, quel metodo ricompare più spesso sotto il vessillo dell’“antifascismo militante”.

Comunismo e totalitarismi: simboli diversi, stessa logica

Feltri concede un punto decisivo: sì, sono comunisti e spesso lo rivendicano. Ma l’errore culturale sta nell’aver trasformato il comunismo in un’idea “buona per definizione”, una nostalgia da salotto. La storia, invece, racconta altro: quando il comunismo è diventato potere ha prodotto censura, carcere, violenza, polizia politica, morti. Non interpretazioni, ma fatti. Da qui la tesi centrale: comunismo e fascismo non sono opposti morali; sono rami dello stesso albero malato del totalitarismo. Cambiano i simboli, non la logica. Entrambi si sentono autorizzati a schiacciare l’individuo in nome di una causa “superiore”, entrambi pretendono impunità, entrambi usano la violenza come scorciatoia politica.

Il ricatto dell’allarme e la liturgia dell’impunità

Il punto, per Feltri, non è la purezza delle definizioni, ma l’uso politico delle parole. L’“allarme fascismo” diventa un ricatto psicologico: ti do del fascista e ti zittisco. “Fascismo rosso” è allora un colpo di fioretto — anzi, di sciabola — contro quel ricatto. È lo specchio che rivela come il gusto della violenza, della prepotenza, della piazza che comanda non appartenga a una sola parte. Quando la città diventa teatro di guerra, quando un agente viene aggredito con spranghe e martelli, la narrazione rovescia i ruoli: la vittima diventa carnefice, il carnefice “ragazzo fragile”. È la liturgia dell’impunità travestita da sensibilità. La conclusione è morale prima che semantica: chiamateli come volete, ma non fatevi ingannare dall’etichetta. Qui non c’è filosofia: ci sono delinquenti che usano la politica come alibi per picchiare, distruggere, intimidire.