Torino e Milano, Capezzone: “Altro che protesta pacifica, cercano il morto”
Daniele Capezzone replica a Marco Revelli dopo Agorà: scontro su Torino e Milano, accuse di terrorismo e polemica sulle violenze rivendicate da Askatasuna.
Lo scontro ad Agorà tra Capezzone e Revelli
È un confronto che supera i toni del semplice dibattito televisivo quello tra Daniele Capezzone e Marco Revelli, andato in scena negli studi di Agorà su Rai3.
Capezzone ha commentato con ironia la decisione del professore di non confrontarsi più con lui in tv: “Dovrei forse addolorarmi… Cercherò di elaborare il lutto e superare questo choc. Sorridiamo”. Poi l’affondo contro chi, a suo dire, preferisce “blacklist” e meccanismi di esclusione silenziosa.
Il nodo del contendere resta quanto accaduto a Torino e a Milano, durante le manifestazioni legate ad Askatasuna e alle proteste contro le Olimpiadi.
“Altro che infiltrati”: l’accusa di terrorismo
Secondo Daniele Capezzone, la narrazione della manifestazione pacifica rovinata da pochi infiltrati non regge. “Altro che manifestazione ‘pacifica’ guastata da pochi ‘infiltrati’”, sostiene, ricordando come Askatasuna abbia rivendicato le violenze.
Il direttore de Il Tempo parla apertamente di “operazioni terroristiche” e afferma che “questi criminali cercano pervicacemente il morto”.
Nel suo racconto, richiama l’episodio del poliziotto colpito a martellate, i circa cento agenti rimasti feriti e l’utilizzo di pietre lanciate con catapulte. A Torino, aggiunge, il giorno successivo la nettezza urbana avrebbe rimosso una quantità significativa di materiali utilizzati negli scontri. Analoghi episodi, secondo Capezzone, si sarebbero verificati a Milano con razzi e fuochi d’artificio sparati contro le forze dell’ordine.
La polemica sui “pietroni già sul selciato”
Il passaggio più duro riguarda la ricostruzione offerta da Marco Revelli, secondo cui le pietre utilizzate negli scontri si trovavano già sul selciato. Capezzone replica con sarcasmo: “Ah sì? E quindi era proprio indispensabile tirarli con le catapulte?”.
Per il giornalista, continuare a parlare di “black bloc” o “incappucciati” come elementi estranei significherebbe negare l’evidenza. Nel mirino finiscono anche alcune amministrazioni locali, accusate di aver offerto spazi logistici a gruppi antagonisti.
Il confronto resta aperto e riflette una frattura più ampia nel dibattito pubblico, tra chi parla di protesta degenerata e chi, invece, denuncia un salto di qualità nelle violenze di piazza.
