Le dichiarazioni di Marco Rizzo su Giovanni Ferrero riaprono la polemica fiscale: identità italiana, holding in Lussemburgo e tasse pagate in Belgio.
Marco Rizzo contro Giovanni Ferrero: il caso fiscale dietro l’italianità della Nutella
Le parole di Marco Rizzo riportano al centro del confronto pubblico il rapporto tra grandi gruppi industriali, identità nazionale e fisco. Il bersaglio dell’intervento è Giovanni Ferrero, patron del gruppo legato alla Nutella, dopo le sue dichiarazioni sulla sede legale dell’azienda. L’imprenditore ha rivendicato l’identità italiana del marchio, distinguendo però il piano culturale da quello giuridico e societario.
La frase di Ferrero è stata questa: “La sede legale è uno strumento giuridico, non un sentimento, né tantomeno un portato valoriale, un costrutto identitario. Ferrero è italiana per cultura, stile, provenienza, estro creativo. È quello che conta”. Il gruppo, sul proprio sito ufficiale, ricorda che la storia aziendale è iniziata ad Alba, in Piemonte, nel 1946, e che oggi i suoi marchi sono venduti in oltre 170 Paesi.
La critica di Rizzo: «È italiana per cultura, non per il fisco»
La replica di Rizzo è stata molto dura. L’ex parlamentare ha contestato l’idea di un’italianità fondata solo su cultura, stile e provenienza, mettendo al centro la questione fiscale. “Piacere al cavolo dico io, è italiana per cultura, non per il fisco, visto che Ferrero holding paga le tasse in Lussemburgo e Giovanni Ferrero le paga in Belgio”, ha affermato.
Il riferimento riguarda la struttura internazionale del gruppo e la residenza personale di Ferrero. In un’intervista, l’imprenditore ha spiegato di vivere e pagare le tasse a Bruxelles, aggiungendo che il trasferimento della famiglia in Belgio risalirebbe agli anni di Piombo, per ragioni di sicurezza legate al rischio di rapimenti. “Negli anni di Piombo per paura dei rapimenti fu il generale Dalla Chiesa ad avvertire mio padre, così ci trasferimmo a Bruxelles, dove sono cresciuto, vivo e pago le tasse”, ha dichiarato.
Il nodo politico tra Made in Italy, globalismo e grandi patrimoni
La polemica non riguarda la qualità dei prodotti né la storia industriale della famiglia Ferrero, ma il rapporto tra radici italiane e organizzazione fiscale internazionale. Per Rizzo, il punto è politico: un marchio che beneficia da decenni dell’immagine del Made in Italy dovrebbe contribuire in modo coerente anche al sistema fiscale nazionale. “E cioè ne pagano molto, molto meno, contribuendo al fatto che il resto degli italiani ne pagano molto di più. A esser italiani così è facile. Questo globalismo alla faccia dell’Italia e degli Italiani è una vergogna!”, ha aggiunto.
Il tema resta delicato perché la presenza di una holding o di una residenza fiscale all’estero non rappresenta automaticamente un’irregolarità. Il nodo sollevato da Rizzo è di opportunità politica e sociale: quanto un grande gruppo nato in Italia, cresciuto anche grazie alla reputazione del territorio e al valore simbolico dei suoi prodotti, debba restituire al Paese in termini fiscali e responsabilità pubblica. La vicenda, quindi, supera il caso personale di Giovanni Ferrero e si inserisce nel confronto più ampio su multinazionali, fiscalità europea e identità economica nazionale.
