Vittorio Feltri senza sconti: “La sinistra sceglie quali vittime difendere”

Le dichiarazioni di Vittorio Feltri sul caso Roberto Guerrino riaprono il tema dei doppi standard davanti alla violenza.

Le dichiarazioni di Vittorio Feltri sul caso di Roberto Guerrino riportano al centro una questione delicata: il modo in cui politica e opinione pubblica reagiscono davanti ai fatti di sangue. La morte brutale dell’uomo, secondo il ragionamento del giornalista, avrebbe dovuto provocare sgomento immediato e trasversale. Invece, il caso sembra avere ricevuto un’attenzione inferiore rispetto ad altre tragedie, anche per l’identità del presunto responsabile emersa dalle indagini. Il tema posto da Feltri non riguarda il lavoro degli inquirenti, ma la diversa intensità con cui certi delitti vengono trasformati in battaglie pubbliche.

Vittorio Feltri e il caso Roberto Guerrino

Per Vittorio Feltri, la selezione dell’indignazione è diventata uno dei tratti più evidenti del dibattito contemporaneo. Non basta più che ci sia una vittima, osserva il giornalista: prima di mobilitarsi, una parte dell’opinione pubblica sembra verificare se il presunto carnefice corrisponda o meno a una narrazione politica utile.

Il caso di Roberto Guerrino viene letto dentro questo schema. La vittima è morta in modo violento, ma la vicenda non avrebbe prodotto lo stesso impatto riservato ad altri fatti di cronaca. Il motivo, nella lettura di Feltri, sarebbe legato al fatto che il presunto responsabile non rientrerebbe nell’identikit del colpevole che una certa cultura politica tende a indicare come simbolo di un problema collettivo.

Quando l’autore di un reato è italiano, bianco ed eterosessuale, sostiene il ragionamento, il fatto viene spesso inserito in categorie più ampie: patriarcato, odio, società malata, responsabilità culturali diffuse. Quando invece il presunto autore appartiene a un gruppo considerato più difficile da criticare, la dimensione collettiva sparisce e il delitto torna a essere trattato come semplice cronaca.

Il nodo dei doppi standard davanti alla violenza

Il punto centrale non è attribuire a un’intera categoria la responsabilità di un crimine commesso da una singola persona. Feltri chiarisce che sarebbe sbagliato trasformare ogni reato commesso da uno straniero in una colpa generale verso milioni di persone oneste. Ma, allo stesso tempo, considera ingiusto usare criteri diversi in base all’identità dell’aggressore.

La questione diventa quindi quella dell’uguaglianza davanti al dolore e davanti alla legge. Se ogni vita ha lo stesso valore, ogni vittima dovrebbe ricevere la stessa attenzione. Se ogni violenza è da condannare, dovrebbe esserlo sempre, senza adattare il giudizio al profilo del presunto responsabile.

Nel caso di Roberto Guerrino, le indagini seguiranno il loro percorso e sarà la magistratura a stabilire movente, responsabilità e dinamica. Se il movente indicato dagli investigatori è la rapina, quello resta il terreno giudiziario su cui muoversi. Ma il ragionamento di Feltri guarda oltre il fascicolo penale e si concentra sulla reazione pubblica.

La critica alla solidarietà condizionata

Secondo Vittorio Feltri, la credibilità di una battaglia civile si misura proprio nei casi scomodi. Condannare la violenza contro gli omosessuali significa condannarla sempre, non solo quando il presunto colpevole consente di rafforzare una determinata tesi politica. Difendere la dignità delle persone significa farlo indipendentemente dal passaporto, dall’origine o dall’identità dell’aggressore.

La critica più dura riguarda quella che viene descritta come solidarietà condizionata. Se l’attenzione verso una vittima dipende dal profilo del carnefice, allora il dolore non viene più trattato come un fatto umano, ma come materiale da usare nello scontro politico.

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