Vittorio Feltri liquida l’ipotesi Quirinale con ironia e racconta il suo rapporto con Sergio Mattarella e la destra.
L’ipotesi di Vittorio Feltri al Quirinale torna a circolare mentre la politica guarda già al dopo Sergio Mattarella, il cui mandato da presidente della Repubblica scadrà a febbraio 2029. Il fondatore di Libero, però, respinge l’idea con una risposta netta, ironica e senza margini di ambiguità. Il tema è riaffiorato durante la trasmissione “L’aria che tira” su La7, dove si è parlato dei possibili nomi che la destra, nel tempo, avrebbe potuto sostenere per la presidenza della Repubblica. Davanti alla suggestione di una sua candidatura, Feltri ha reagito con una risata e con parole destinate a lasciare il segno.
Vittorio Feltri al Quirinale, l’ipotesi e il precedente del 2015
Il nome di Vittorio Feltri non è nuovo alle cronache legate al Quirinale. Durante l’elezione del 2015, quella che portò Sergio Mattarella per la prima volta al Colle, il suo nome comparve più volte nelle schede. L’allora presidente della Camera, Laura Boldrini, fu costretta a leggerlo per 47 volte durante lo scrutinio.
Un episodio che Feltri ricorda ancora con tono divertito: “Sì, sì, me lo ricordo benissimo. Credo che a farlo circolare fossero stati Giorgia Meloni e Matteo Salvini e la Boldrini, che era anche una bella donna, si ingrugniva ogni volta che doveva leggere ‘Vittorio Feltri’ sui foglietti. Era più forte di lei, cambiava espressione, poverina”.
Il riferimento a Giorgia Meloni e Matteo Salvini riporta quella stagione a un contesto politico molto diverso dall’attuale, quando il centrodestra non aveva ancora l’assetto di governo di oggi. Ma il nome di Feltri, anche allora, aveva assunto più il sapore di una provocazione politica che quello di una candidatura realmente costruita.
La battuta di Feltri: “Cosa c’entro io con la Repubblica?”
Alla domanda se oggi accetterebbe davvero il Quirinale, Vittorio Feltri non lascia spazio a interpretazioni: “Ma sono tutti ubriachi. Cosa c’entro io con la Repubblica?! La cosa mi onora, ma mi fa anche veramente ridere”.
Poi il giornalista spiega, con il suo stile diretto, perché la vita al Colle non farebbe per lui: “Ma dai… io a Roma?! Chiuso al Quirinale, da solo, senza inquilini, senza il mio gatto, senza potermi portare una fidanzata… Solo di notte e obbligato a incontrare tutti quegli stranieri delle delegazioni di giorno, per carità”.
L’unico aspetto che potrebbe incuriosirlo, ammette, sarebbe il discorso di fine anno: “In effetti quella sarebbe l’unica tentazione, penso che mi divertirebbe parlare a reti unificate”.
Una battuta che conferma il distacco con cui Feltri guarda alla suggestione del Colle, trasformando una domanda politica in un’occasione per ribadire la sua insofferenza verso protocolli, cerimonie e obblighi istituzionali.
Il saluto di Mattarella e la battuta su Di Pietro a Milano
Nel racconto di Vittorio Feltri c’è spazio anche per un episodio legato direttamente a Sergio Mattarella. Durante la festa per i 150 anni del Corriere della Sera alla Scala di Milano, il presidente si sarebbe fermato proprio davanti a lui: “Io ero seduto tra gli ospiti e quando è entrato Sergio Mattarella si è fermato solo davanti alla mia poltrona, si è chinato verso di me e mi ha dato la mano. A me Mattarella è molto simpatico”.
Il giornalista si sofferma poi su un altro nome entrato nelle discussioni politiche, quello di Antonino Di Pietro come possibile candidato sindaco di Milano. Su questo scenario, Feltri riconosce una coerenza: “Quella, al contrario, avrebbe un senso. Di Pietro sarebbe perfetto”. Subito dopo, però, arriva la stoccata: “Ma chi ca**o vuole che lo voti!”.
Quanto al Quirinale, la chiusura è definitiva e coerente con tutto il ragionamento: “Ma certo. Neanche come condanna la accetterei. Sa che sono sincero fino alla brutalità”.
