Feltri affonda Ranucci: «Solidarietà sì, ma basta santificarlo»

Vittorio Feltri interviene sul caso Ranucci, critica le reazioni all’attentato e solleva dubbi sul diverso trattamento riservato ai protagonisti.

Vittorio Feltri interviene con toni durissimi sugli ultimi sviluppi dell’inchiesta relativa all’attentato contro Sigfrido Ranucci, avvenuto nell’ottobre 2025 davanti all’abitazione del conduttore di Report. Il direttore editoriale de Il Giornale conferma la propria solidarietà al giornalista per l’azione subita, ma contesta quella che considera una trasformazione anticipata della vittima in una figura intoccabile, soprattutto dopo l’emersione dei rapporti personali tra Ranucci e Valter Lavitola, indagato come possibile mandante.

Feltri parte dalla standing ovation tributata a Ranucci il 25 ottobre 2025, nell’aula magna della Corte di Cassazione, durante l’assemblea generale dell’Associazione nazionale magistrati. In quell’occasione il giornalista fu accolto in piedi dai presenti e commentò ironicamente il lungo applauso ricordando le numerose querele ricevute nel corso della propria attività.

«Dove sono finiti quei magistrati che il 25 ottobre scorso, nell’aula magna della Cassazione, si alzarono in piedi, commossi, per accogliere Sigfrido Ranucci come un reduce dal fronte?», domanda Feltri, tornando su una scena che, a suo giudizio, rappresentò una reazione sproporzionata rispetto agli elementi allora disponibili.

Caso Ranucci, Feltri critica la “santificazione” del conduttore

Feltri non ridimensiona la gravità dell’attentato, ma distingue nettamente la condanna dell’azione dalle interpretazioni politiche e simboliche che seguirono l’esplosione.

«Gesto orrendo, odioso, sia chiaro: chi piazza un ordigno sotto la casa di un uomo, con la figlia lì accanto, è un delinquente, punto. Ma tra un delinquente e la Storia corre la stessa distanza che passa tra un petardo di Ferragosto e la strategia della tensione».

Il riferimento è alle reazioni successive all’attentato, quando furono richiamati gli anni di piombo, le stragi e gli attacchi contro la libertà di informazione. Secondo Feltri, il fatto sarebbe stato collocato troppo rapidamente all’interno di una cornice politica e storica molto più ampia, prima che le indagini chiarissero identità, movente e responsabilità.

Il giornalista si sofferma poi sulla posizione di Valter Lavitola, sottoposto a indagine dalla Procura di Roma con l’ipotesi di essere il mandante dell’attacco. Feltri evidenzia il contrasto tra la gravità del reato contestato e la mancata applicazione di una misura cautelare, trasformando il passaggio in una critica ironica all’operato degli inquirenti.

«Contesta a Valter Lavitola la strage, non tentata, strage e basta, l’ipotesi di reato di Piazza Fontana, e poi lo lascia a piede libero, comodo, a rilasciare interviste al Tg1 come un ministro».

La posizione di Lavitola resta quella di una persona indagata e non condannata. Le ipotesi investigative dovranno essere verificate nel procedimento, mentre il movente dell’attentato non risulta ancora definitivamente chiarito.

La “bomba d’amore” e i rapporti tra Ranucci e Lavitola

Feltri rivendica di avere definito l’attentato una «bomba d’amore», espressione utilizzata per descrivere l’ipotesi che l’azione possa essere stata organizzata da una persona vicina a Ranucci con l’obiettivo di accrescerne notorietà e peso pubblico.

«La bomba d’amore, del resto, l’ho battezzata io. L’ho detto al Foglio: tra le ipotesi, quella dell’attentato per affetto, architettato dall’amico per gonfiare la fama dell’amico, mi pare la più verosimile, benché i due abbiano vite talmente incasinate che vai a sapere».

Si tratta di una valutazione personale di Feltri, non di una conclusione accertata dagli investigatori. Il punto centrale del suo intervento riguarda però il rapporto tra il conduttore di Report e Lavitola, descritto come una frequentazione assidua e consolidata.

Feltri richiama anche il bistrot romano frequentato dai due e le ricostruzioni sui progetti politici che Lavitola avrebbe immaginato per l’amico. Nella sua lettura, questi elementi meriterebbero la stessa attenzione giornalistica che Report avrebbe probabilmente riservato a rapporti analoghi riguardanti esponenti di un’altra area politica.

«Provate a immaginare la scena a parti rovesciate: Lavitola, pregiudicato, faccendiere, ricattatore del Cavaliere, amico fraterno non di Ranucci ma del sottoscritto, o di Cerno, o di Porro. Cene quasi quotidiane, famiglie che si frequentano, fotografie al ristorante. Il plotone d’esecuzione morale sarebbe già schierato dall’alba, con Report in prima fila a dirigere il tiro».

Secondo Feltri, l’amicizia sarebbe stata trattata come un elemento secondario proprio perché riguarda Ranucci. Da qui l’accusa di utilizzare criteri differenti in base all’identità e alla collocazione dei protagonisti.

La richiesta di una puntata di Report su Report

Nel suo intervento Feltri riprende anche la proposta avanzata dal direttore Tommaso Cerno, che ha chiesto alla Rai di realizzare una puntata di Report dedicata allo stesso programma e alla vicenda del suo conduttore.

L’obiettivo sarebbe ricostruire, con gli strumenti normalmente utilizzati dalla trasmissione, il percorso investigativo che ha portato gli inquirenti a concentrarsi su una persona considerata vicina a Ranucci.

«Il nostro direttore, Tommaso Cerno, ha scritto la cosa più giusta: chiede a Mamma Rai una puntata di Report su Report. Una ricostruzione “impeccabile, terza, algida”, con quel montaggio incalzante e quelle pause drammatiche che trasformano ogni faldone in un’apocalisse imminente, capace di spiegarci come mai le indagini sulla camorra che voleva morto Sigfrido siano approdate a casa del suo migliore amico».

Feltri affronta infine la sospensione delle repliche estive di Report, difendendo la scelta del dirigente Paolo Corsini e respingendo l’interpretazione secondo cui si tratterebbe di censura. A suo giudizio, la decisione sarebbe dettata dalla prudenza in attesa che il quadro venga chiarito.

La conclusione separa nuovamente due piani: la solidarietà dovuta a chi subisce un attentato e il giudizio sull’attività professionale o sulla figura pubblica della vittima.

«Io non so come andrà a finire, e mi guardo bene dal fare il giudice: mestiere che, come si è visto in ottobre, comporta troppi applausi».

Feltri ribadisce quindi la condanna dell’esplosione, senza però riconoscere a Ranucci una condizione che lo sottragga alle critiche: «So soltanto che la solidarietà a Ranucci resta intera, perché le bombe fanno schifo anche quando sono d’amore. Ma la santificazione no, quella la restituisca al mittente. In piedi ci si alza per le vittime. Per i santi, prima, conviene aspettare le carte».

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