Tommaso Cerno durissimo con la Sinistra: «La Val di Susa è diventata l’accademia della guerriglia»

Tommaso Cerno accusa la sinistra di avere sottovalutato la violenza antagonista: «La tigre no-global ha fame di democrazia liberale».

Tommaso Cerno lancia un durissimo attacco contro la sinistra e ricostruisce l’evoluzione delle proteste No Tav attraverso un giudizio politico senza sfumature. Al centro del suo intervento ci sono gli scontri in Val di Susa, interpretati non come un’esplosione improvvisa di rabbia, ma come il risultato di una strategia organizzata e coltivata negli anni.

«Tutto cominciò col vapore di un progresso negato, lassù in Val di Susa», scrive Cerno, scegliendo l’opposizione alla linea ferroviaria ad alta velocità come punto di partenza di un fenomeno che, a suo giudizio, avrebbe ormai superato i confini della contestazione territoriale.

Il direttore descrive una trasformazione radicale: «Doveva essere la culla della “democrazia resistente”, è diventata l’accademia della guerriglia». La tesi è che intorno alla mobilitazione contro la Tav si sia progressivamente formato un ambiente capace di legittimare modalità di protesta sempre più violente.

Le sue parole arrivano dopo i nuovi assalti compiuti da gruppi antagonisti contro il cantiere di Chiomonte e le forze dell’ordine. Nell’analisi di Cerno, quegli episodi non sarebbero separabili dalle scelte compiute negli anni da una parte della sinistra politica, accusata di avere guardato con indulgenza alle frange più radicali del movimento.

Tommaso Cerno sui No Tav: «Non è rabbia spontanea, è addestramento»

Il passaggio più netto riguarda la natura degli scontri. Cerno respinge l’interpretazione della protesta degenerata casualmente e sostiene che dietro le azioni violente ci sia una preparazione precisa.

«La strategia è chiara, da Bologna alle vette piemontesi: non è rabbia spontanea, è addestramento», afferma. Il riferimento unisce idealmente diversi episodi di tensione avvenuti nelle città italiane e in Val di Susa, presentandoli come manifestazioni di un’unica cultura politica antagonista.

Secondo questa lettura, gli strumenti utilizzati durante gli assalti, l’organizzazione dei gruppi e la capacità di muoversi contro obiettivi prestabiliti dimostrerebbero che non si tratta soltanto di disordine prodotto all’interno di un corteo. Sarebbe invece presente una componente preparata allo scontro, distinta da chi manifesta pacificamente.

Cerno attribuisce alla sinistra una responsabilità politica precisa: avere pensato di poter utilizzare la protesta radicale senza subirne le conseguenze. «La sinistra, che pensava di cavalcare la tigre no-global, oggi scopre che la tigre ha fame di democrazia liberale», scrive.

La metafora descrive una forza che, inizialmente considerata utile per mobilitare consenso e contestare gli avversari, sarebbe diventata incontrollabile. Il bersaglio dell’editoriale non è quindi soltanto chi partecipa agli scontri, ma anche chi avrebbe giustificato o ridimensionato per anni la violenza proveniente dall’area antagonista.

L’accusa sull’intesa tra centri sociali e fondamentalismo islamico

Nella parte più controversa del suo intervento, Tommaso Cerno sostiene l’esistenza di una convergenza politica tra ambienti apparentemente lontani: «Il cortocircuito è servito: un’alleanza tra il rosso sbiadito dei centri sociali e il fondamentalismo islamico».

Non viene descritta un’alleanza organizzativa formale. Il riferimento è a una convergenza ideologica e di piazza costruita intorno ad alcuni temi internazionali, all’opposizione all’Occidente e alla contestazione delle istituzioni liberali.

Per Cerno, questa saldatura avrebbe prodotto una contraddizione profonda nella sinistra radicale. Movimenti che dichiarano di difendere libertà individuali e diritti civili finirebbero per condividere mobilitazioni e parole d’ordine con componenti religiose portatrici di valori incompatibili con quelle stesse libertà.

«Sotto le bandiere No Tav si deraglia dal buonsenso», afferma, trasformando la questione dell’alta velocità nel simbolo di uno scontro più ampio. La contestazione dell’opera diventerebbe così il contenitore nel quale confluiscono opposizione allo Stato, antagonismo sociale e rifiuto delle istituzioni.

L’analisi è fortemente politica e rappresenta la posizione dell’autore. Il riferimento al fondamentalismo islamico non implica che tutti i manifestanti No Tav condividano quelle posizioni, né che l’intero movimento possa essere sovrapposto ai gruppi responsabili delle violenze.

Cerno cita Francesca Albanese e Ilaria Salis

L’attacco coinvolge anche Francesca Albanese e Ilaria Salis, indicate da Cerno come figure rappresentative di questa nuova area politica e culturale.

«Le icone di questo nuovo mondo, da Francesca Albanese a Ilaria Salis, sono il manifesto di un’Italia che ha smesso di discutere per iniziare a colpire», sostiene. Il passaggio attribuisce alle due protagoniste un valore simbolico, collegandole a una sinistra che, secondo l’autore, avrebbe sostituito il confronto con una contrapposizione sempre più aggressiva.

Non si tratta di un’accusa di partecipazione diretta agli scontri in Val di Susa. Cerno utilizza i loro nomi per descrivere un clima politico nel quale la radicalità delle posizioni e la delegittimazione dell’avversario avrebbero preso il posto della mediazione.

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