Vittorio Feltri attacca la gestione delle piazze violente, difende l’alleanza con Vannacci e accusa la sinistra sulle politiche migratorie.
Vittorio Feltri lancia un durissimo atto d’accusa contro la sinistra dopo gli scontri avvenuti a Bologna e in Val di Susa. Il giornalista respinge l’idea di un’Italia spaccata in due sul tema della sicurezza e sostiene che la maggioranza dei cittadini non tolleri violenze, devastazioni e aggressioni contro le forze dell’ordine.
Nel suo intervento, Feltri concentra le critiche sul sindaco di Bologna, Matteo Lepore, accusandolo di avere convocato una manifestazione in un clima già segnato dalla tensione per la morte di Abderrahim Fakir. Il direttore affronta poi la crescita politica di Roberto Vannacci, invitando il centrodestra a non respingerne i voti, e chiude con un affondo sulla gestione dell’immigrazione e dei blocchi navali.
“Gli italiani non sono divisi in due sulla sicurezza. Non esiste una metà del Paese che sogni vetrine sfondate, automobili in fiamme e poliziotti presi a sassate”, afferma Feltri, secondo il quale esisterebbe invece “una minoranza ideologica che scambia i propri tic per coscienza civile” e una maggioranza consapevole delle conseguenze delle scelte della sinistra.
Feltri sulla sicurezza: «Bologna insegna»
Il primo bersaglio dell’editoriale è la gestione politica delle proteste scoppiate dopo la morte di Fakir, il cittadino marocchino deceduto durante un fermo delle forze dell’ordine nel quartiere Pilastro.
Feltri contesta innanzitutto le parole della vedova, che da Casablanca aveva sostenuto che il marito fosse stato “giustiziato”. Per il giornalista, utilizzare quel termine prima della conclusione degli accertamenti significa attribuire alle forze dell’ordine una volontà omicida non ancora dimostrata.
“Bestialità: si giustizia con una sentenza, un plotone e una benda sugli occhi, non con un fermo finito in tragedia”, scrive.
L’affondo più pesante riguarda però Lepore. Il sindaco aveva promosso una mobilitazione per chiedere chiarezza sulla morte di Fakir, ma durante la protesta gruppi violenti avevano attaccato gli agenti e provocato gravi disordini.
“Il sindaco Lepore ha preferito invece convocare la piazza. Ammassare una folla eccitata sul confine tra il dolore e l’accusa è come ammassare truppe alla frontiera: è un atto di guerra”, sostiene Feltri.
Il giornalista non accetta la distinzione successivamente rivendicata tra le intenzioni pacifiche degli organizzatori e le condotte degli antagonisti. A suo giudizio, chi convoca una piazza in un momento di forte tensione deve valutare anche il rischio di infiltrazioni e degenerazioni.
“Poi arrivano le spranghe e ci si lava le mani: noi volevamo un corteo pacifico. Ponzio Pilato con la fascia tricolore”, è la durissima accusa rivolta al primo cittadino.
Da Bologna ai No Tav: «Prima si assolve la violenza, poi ci si stupisce»
Per Feltri, tra gli scontri di Bologna e gli assalti dei No Tav in Val di Susa esiste una precisa continuità politica e culturale. Cambiano le motivazioni delle proteste, ma rimarrebbe identico il meccanismo attraverso il quale una causa considerata giusta finisce per offrire una giustificazione preventiva agli autori delle violenze.
“Da Bologna alla Val di Susa il passo è breve. Stavolta nemmeno il pretesto di un morto: basta l’ideologia”, afferma.
Secondo il direttore, una parte della sinistra condanna formalmente le aggressioni, ma continuerebbe a mostrare indulgenza verso i gruppi antagonisti quando questi dichiarano di agire in nome di battaglie politiche condivise.
“È la stessa pedagogia della piazza: prima si assolve la violenza in nome della causa giusta, poi ci si stupisce che la violenza dilaghi”.
Da questa lettura nasce anche la previsione sugli equilibri elettorali italiani. Feltri sostiene che la crescente domanda di sicurezza potrebbe spostare ulteriormente il Paese verso destra, fino a trasformare la competizione politica in una sfida interna a quell’area.
“Se domani votasse il buonsenso ne uscirebbe un bipolarismo imperfetto: non più destra contro sinistra, ma destra contro più destra, Meloni contro Vannacci. Gli altri a fare da pubblico”.
Il giornalista precisa che non si tratta di un auspicio, ma della rappresentazione di un’Italia che chiederebbe soprattutto di poter vivere senza assistere a strade devastate, automobili incendiate e agenti aggrediti.
Feltri difende Vannacci: «Le coalizioni intelligenti disciplinano i voti»
La riflessione sulla sicurezza conduce direttamente al ruolo di Roberto Vannacci e alla possibilità di una sua alleanza con il centrodestra guidato da Giorgia Meloni.
Per Feltri, escludere preventivamente Vannacci sarebbe un errore politico. Il direttore si rivolge in particolare a Forza Italia, ricordando che Silvio Berlusconi riuscì a costruire una coalizione anche attraverso l’accordo con Umberto Bossi, nonostante le profonde differenze presenti nel centrodestra dell’epoca.
“Berlusconi amoreggiò con Bossi. Sapeva che i voti degli alleati non si annusano prima di contarli”, osserva.
Il giornalista riconosce che Vannacci abbia pronunciato “frasi discutibili”, ma invita a non liquidarne il percorso personale e il consenso politico. La leadership della coalizione, precisa, dovrebbe comunque rimanere nelle mani di Meloni.
“Il centrodestra deve restare guidato da Meloni, non diventare vannacciano. Ma le coalizioni intelligenti non espellono i voti: li disciplinano”.
L’ultimo affondo riguarda le politiche migratorie. Feltri accusa i sostenitori dell’accoglienza di promuovere l’arrivo dei migranti senza assumersi le conseguenze concrete dell’integrazione, che ricadrebbero soprattutto sulle stazioni, sulle periferie e sulle fasce economicamente più fragili.
“Sono loro a pagare la politica migratoria più ipocrita d’Europa: si chiamano i migranti, si spendono fortune per trascinarli fin qui, poi li si scarica nelle stazioni e nelle periferie stremate. I predicatori dell’accoglienza, intanto, rientrano nei loro quartieri protetti”.
Il direttore chiude con un parallelismo tra i blocchi delle rotte commerciali in Medio Oriente e il contrasto alle partenze dei trafficanti nel Mediterraneo. Secondo Feltri, le crisi internazionali dimostrerebbero che il controllo delle rotte marittime diventa possibile quando sono coinvolti interessi economici e strategici.
“Non ci avevano spiegato che i blocchi navali sono impossibili, che il mare non si può chiudere? Si chiude eccome, quando c’è di mezzo il petrolio. Resta spalancato per decreto soltanto il mare degli scafisti”.
