Caso Fakir, Bassetti teme l’effetto paura: «Gli agenti potrebbero lasciar fare»

Matteo Bassetti analizza il caso Fakir e invita alla prudenza: ferite, sangue nei polmoni e causa della morte restano da chiarire.

A una settimana dalla morte di Abderrahim Fakir, circa tremila persone si sono riunite nel quartiere Pilastro di Bologna per chiedere verità sulle circostanze del decesso del 42enne marocchino, avvenuto durante un’immobilizzazione effettuata dalle forze dell’ordine. Sul caso è intervenuto Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive dell’Ospedale San Martino di Genova e professore universitario, invitando a non formulare condanne premature nei confronti degli agenti e dei sanitari intervenuti.

Ospite della puntata di Omnibus trasmessa lunedì 27 luglio su La7, il medico ha affrontato i principali elementi emersi dai filmati e dagli accertamenti medico-legali: la macchia di sangue visibile sulla nuca di Fakir, la presenza di sangue nei polmoni e l’ipotesi di una crisi respiratoria collegata all’asma di cui, secondo i familiari, soffriva l’uomo.

“Andrei molto cauto nel condannare il comportamento delle forze dell’ordine intervenute e dei sanitari”, ha affermato Bassetti. Secondo il professore, una lettura esclusivamente politica della vicenda rischia di produrre conseguenze anche sull’operatività di chi deve intervenire in situazioni di emergenza.

Il pericolo, ha spiegato, è “arrivare al punto che poi si può lasciar fare” per evitare di essere coinvolti in contestazioni o procedimenti dopo interventi complessi. Uno scenario che, secondo il medico, “sarebbe davvero molto grave”.

Caso Fakir, Bassetti sulla ferita alla nuca

Uno degli elementi più discussi riguarda la macchia di sangue osservata sulla parte posteriore della testa di Abderrahim Fakir nei video ripresi dalle telecamere e dalle bodycam degli agenti.

Per Bassetti, quella traccia potrebbe essere compatibile con “una contusione con lacerazione dei tessuti dovuta all’impatto con il terreno che ha provocato una ferita”.

La presenza della lesione non permette tuttavia, da sola, di stabilire che il trauma sia stato determinante per il decesso. Gli esami autoptici avrebbero escluso una correlazione diretta tra quella ferita e la morte del 42enne.

Il punto rimane rilevante nella ricostruzione della sequenza degli eventi, ma deve essere valutato insieme a tutti gli altri dati clinici e medico-legali. Una ferita visibile può infatti documentare un impatto, senza necessariamente rappresentare la causa principale o concorrente della morte.

La distinzione è essenziale in una vicenda nella quale ogni immagine viene analizzata pubblicamente, spesso prima che siano disponibili conclusioni definitive da parte dei consulenti e della magistratura.

Il sangue nei polmoni e il tentativo di rianimazione

Un altro elemento emerso durante l’autopsia è la presenza di sangue nei polmoni di Fakir. Anche su questo aspetto, Bassetti ha invitato a evitare conclusioni immediate.

“Le autopsie ci dicono ciò che vedono, ma non necessariamente stabiliscono il motivo della morte”, ha spiegato il medico.

La presenza di sangue negli organi respiratori deve essere interpretata valutando il momento in cui si è prodotta e gli interventi effettuati sul paziente. “Al momento ancora non è chiaro se quel sangue sia arrivato lì prima o dopo la morte”, ha precisato Bassetti.

Il professore ha ricordato che su Fakir sarebbe stato eseguito un tentativo prolungato di rianimazione mediante massaggio cardiaco. Una procedura necessaria nel tentativo di salvare la vita, ma capace in alcuni casi di provocare conseguenze traumatiche o modificazioni rilevabili successivamente durante l’esame autoptico.

“Mi risulta che sia stato effettuato un tentativo di rianimazione con massaggio cardiaco prolungato, quindi potrebbe essere arrivato anche dopo”, ha osservato.

La valutazione finale dovrà quindi distinguere ciò che si è verificato prima dell’arresto cardiaco dagli effetti prodotti dalle manovre di soccorso. È un passaggio tecnico decisivo per evitare che singoli reperti vengano interpretati senza tenere conto dell’intera dinamica clinica.

L’ipotesi della crisi respiratoria e la salute mentale

Tra le possibili spiegazioni esaminate da Bassetti figura anche una crisi respiratoria. I familiari avrebbero riferito che Fakir era asmatico e, secondo il medico, l’uomo “potrebbe aver avuto una crisi respiratoria proprio in quel momento”.

Si tratta di un’ipotesi che dovrà essere verificata attraverso gli accertamenti, insieme alle altre condizioni fisiche e psicologiche del 42enne. La storia recente di Fakir comprende infatti un accesso al pronto soccorso avvenuto circa un mese prima della morte per un taglio al polso e la richiesta di parlare con uno psichiatra.

L’uomo sarebbe stato particolarmente preoccupato per la possibilità di dover rientrare in Marocco, dopo una convocazione dell’ufficio immigrazione della Questura di Bologna finalizzata a chiarire la sua posizione.

“La salute mentale è un grande problema nel nostro Paese”, ha sottolineato Bassetti, richiamando la complessità degli interventi nei confronti di persone che attraversano stati di forte agitazione.

“Contenere una persona che può essere un pericolo per se stesso e gli altri vivendo un particolare stato di agitazione psicomotoria” può diventare necessario nell’interesse della persona coinvolta e di chi si trova nelle vicinanze, ha spiegato il professore.

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