Omicidio Sara Campanella, il paradosso dei risarcimenti: alla famiglia del killer potrebbe andare un indennizzo, ai genitori della vittima nulla
Dopo il suicidio in carcere di Stefano Argentino, reo confesso dell’omicidio di Sara Campanella, lo Stato potrebbe risarcire i suoi familiari. La famiglia della vittima rischia di non avere nulla.
La morte di Stefano Argentino, il 27enne che aveva confessato di aver ucciso la sua ex fidanzata Sara Campanella, apre un nuovo capitolo nella vicenda che dallo scorso 31 marzo ha sconvolto due famiglie. Il giovane si è tolto la vita nel carcere di Gazzi, a Messina, dove si trovava in custodia cautelare, impiccandosi nella sua cella. La notizia del suicidio ha riacceso l’attenzione mediatica sul caso, ma soprattutto ha fatto emergere una questione giuridica che appare assurda: la famiglia dell’omicida potrebbe ricevere un risarcimento dallo Stato, mentre i genitori della vittima non avranno diritto ad alcun indennizzo.
Una situazione che si basa su un paradosso normativo: in Italia, quando un detenuto si toglie la vita in carcere, i familiari possono chiedere un risarcimento per l’omessa vigilanza da parte dello Stato, in quanto responsabile della tutela della persona ristretta. Secondo la giurisprudenza consolidata, le carceri devono garantire la sicurezza fisica dei detenuti, inclusa la prevenzione del suicidio. Pertanto, se viene riconosciuto un mancato controllo o una carenza nei protocolli di sorveglianza, i familiari possono ottenere una sostanziosa somma a titolo di risarcimento.
Una famiglia senza giustizia e senza ristoro
Diversa è la posizione della famiglia Campanella, che ha perso la figlia in modo tragico e violento. Per i genitori di Sara, il sistema non prevede alcun automatismo: il riconoscimento di un risarcimento dipende da un eventuale procedimento civile, da intentare autonomamente contro l’autore del reato – ora deceduto – o contro lo Stato solo in casi eccezionali e complessi. In assenza di una condanna definitiva, e con il suicidio del colpevole che estingue il processo penale, nessun risarcimento potrà arrivare per la morte della giovane.
Una sproporzione che lascia sgomenti e solleva dubbi etici e giuridici. La famiglia dell’assassino, infatti, potrebbe ottenere dallo Stato ciò che alla famiglia della vittima viene di fatto negato. E mentre le norme sulle condizioni carcerarie sono state più volte oggetto di sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, i percorsi per l’accesso a fondi pubblici per le vittime di reati violenti restano lenti, macchinosi e poco efficaci.
La tragedia di Sara Campanella, dunque, rischia di lasciare un vuoto non solo affettivo, ma anche istituzionale. Un vuoto che nessuna sentenza potrà colmare, ma che pone interrogativi urgenti sul sistema dei diritti delle vittime e sul reale equilibrio della giustizia riparativa in Italia.