Strage Verona, Feltri “Ai tre carabinieri caduti vanno il mio onore. Chi li ha uccisi, deve andare l’ergastolo”
Secondo Vittorio Feltri l’agguato a Castel D’Azzano è premeditato: una degenerazione culturale che trasforma la divisa in un bersaglio.
Il gesto: un agguato programmato
La scena descritta a Castel D’Azzano non è stata un episodio casuale ma, secondo Vittorio Feltri, «un attentato. Un agguato. Una strage premeditata e voluta contro carabinieri che stavano soltanto eseguendo il loro dovere in uno stabile occupato abusivamente.» È questo il nodo che apre la ricostruzione: la premeditazione. Se la violenza non è più frutto dell’improvvisazione ma di una scelta consapevole, cambia la natura dell’evento e la misura della risposta necessaria. Feltri denuncia un’escalation di «odio, rabbia, violenza nei confronti delle forze dell’ordine», un clima che ha progressivamente ridotto la reverenza verso chi garantisce l’ordine pubblico, fino a rendere la divisa un bersaglio. Quel dettaglio — la volontà di colpire persone in servizio — è il colpo d’avvio dell’articolo: non un incidente, ma un atto con responsabilità precise.
La tesi: delegittimazione e retoriche che legittimano
Nel ragionamento di Feltri la responsabilità non è solo individuale; è culturale e politica. Da anni, sostiene, sarebbe cresciuta una narrazione che ha sdoganato l’occupazione abusiva, celebrandola come diritto e trasformando l’occupante in una vittima sacralizzata contro il «cattivo carabiniere». Secondo questa lettura, si è costruito «il mito del povero disgraziato contro il cattivo carabiniere», una retorica che deprime il riconoscimento della funzione pubblica e alimenta la delegittimazione morale prima ancora della violenza fisica. A questo sostrato si sommano cortei in cui si lanciano oggetti contro le forze dell’ordine, piazze con passamontagna e simboli internazionali e, denuncia Feltri, una risposta politica che spesso preferisce indagini e commissioni a un sostegno netto agli agenti. Il risultato — avverte — è un terreno dove l’aggressione diventa possibile, persino prevedibile.
L’appello: difendere lo Stato e chi lo rappresenta
Il messaggio centrale che emerge è netto: bisogna invertire la tendenza culturale che trasforma il rispetto per lo Stato in sospetto. Feltri rivolge un monito ai giovani e alle famiglie: l’Italia ha bisogno di «giovani coraggiosi», ma questi giovani non devono entrare in un contesto che li espone a diventare bersagli. Chiede inoltre rigore nelle pene per chi compie atti così efferati: «Ai tre carabinieri caduti vanno il mio onore, il mio dolore e il mio rispetto. A chi li ha uccisi, deve andare l’ergastolo.» Il richiamo è a una maggiore responsabilità collettiva: non rimanere in silenzio, non normalizzare la violenza e riaffermare che non esiste diritto all’illegalità. L’ultima osservazione è documentale: l’accaduto a Castel D’Azzano viene indicato come episodio con movente e contesto, e richiede, secondo l’analisi proposta, risposte giudiziarie e culturali chiare.