Svizzera, la strage e l’accusa di Feltri, “Chi chiude le uscite di sicurezza è colpevole”
La strage in Svizzera sconvolge tutti. Vittorio Feltri parla di ferita civile, giustizia senza vendetta e responsabilità evidenti, tra sicurezza ignorata, controlli assenti e indignazione selettiva.
La strage in Svizzera come ferita civile che segna tutti
La strage avvenuta in Svizzera ha colpito l’opinione pubblica senza distinzioni, perché quando muoiono ragazzi tra i quattordici e i sedici anni non viene spezzata solo la loro vita, ma viene incrinata la fiducia collettiva che una società ripone nella sicurezza dei luoghi pubblici.
Secondo Vittorio Feltri, non si tratta di una semplice notizia di cronaca, perché oltre cento feriti, molti dei quali con danni permanenti ai polmoni, cicatrici destinate a rimanere e interventi chirurgici che li accompagneranno per tutta la vita, rappresentano una ferita civile destinata a restare aperta nel tempo.
È naturale immedesimarsi, perché quei ragazzi potevano essere figli, nipoti o giovani di qualunque famiglia, ed è altrettanto naturale chiedere giustizia e indignarsi, poiché l’indignazione resta, nelle parole di Feltri, il vero termometro della civiltà di un Paese.
Giustizia, presunzione di innocenza e misure cautelari
Feltri richiama però con forza la distinzione che separa la giustizia dalla vendetta, spiegando che quando l’emozione collettiva scivola nella punizione sommaria si esce dallo Stato di diritto e si entra nell’inciviltà giuridica.
La presunzione di innocenza, ribadisce, non è un dettaglio formale né un vezzo ideologico, ma uno dei pilastri della democrazia, senza il quale si torna rapidamente alla gogna.
Il carcere preventivo non rappresenta una pena anticipata, bensì una misura cautelare prevista dal diritto, finalizzata a evitare la fuga degli indagati, l’inquinamento delle prove o la reiterazione del reato, e nel caso della strage in Svizzera la gravità del contesto rende questa ipotesi concreta, giustificando le decisioni adottate dall’autorità giudiziaria.
Non si tratta dunque di giustizia sommaria, ma di procedura, e fingere di non coglierne la differenza significa, per Feltri, alimentare una confusione pericolosa.
Uscite chiuse, controlli mancati e responsabilità sistemiche
Le responsabilità, osserva Feltri, possono essere evidenti anche prima di una sentenza definitiva, perché quando emergono elementi come uscite di emergenza chiuse con un lucchetto dall’interno e corpi di ragazzi trovati accatastati davanti a una porta sbarrata, non si è più nel campo delle interpretazioni ma in quello dell’orrore.
Non è destino, non è sfortuna, ma irresponsabilità imprenditoriale, perché fare impresa non significa soltanto produrre profitto, bensì assumersi la responsabilità di proteggere chi entra in un locale aperto al pubblico, che non è un salotto privato ma un luogo soggetto a obblighi civili e penali.
Feltri allarga poi lo sguardo alle responsabilità istituzionali, sottolineando che non esistono attività fuori legge che prosperano per anni senza controlli mancati, ispezioni omesse e complicità silenziose, e che concentrarsi solo sui gestori senza interrogarsi su dove fossero lo Stato e le verifiche significa lavarsi la coscienza.
La riflessione si chiude con un confronto scomodo: perché una strage scuote tutti mentre oltre mille morti sul lavoro ogni anno in Italia diventano una statistica, segno, secondo Feltri, di uno Stato che si commuove a intermittenza e che, pur rifiutando il linciaggio e la vendetta, non può usare la presunzione di innocenza come scudo per l’irresponsabilità, perché chi gioca con la sicurezza degli altri non è sfortunato, ma colpevole, anche prima di una sentenza.