Poliziotto indagato per l’uccisione del 28enne, Bruti Liberati affonda: «Chi vuole bloccare le indagini viola lo Stato di diritto»
L’indagine sull’agente coinvolto nella morte di un giovane a Milano riapre lo scontro politico e giudiziario. Edmondo Bruti Liberati difende la procedura come garanzia di legalità e tutela.
Iscrizione nel registro, il caso Milano
L’iscrizione nel registro delle notizie di reato dell’agente coinvolto nella sparatoria avvenuta a Milano, costata la vita a un giovane, ha acceso un duro confronto pubblico. Da un lato le richieste politiche di evitare automatismi nelle indagini che coinvolgono le Forze dell’Ordine, dall’altro la necessità di rispettare le procedure previste dall’ordinamento.
Sul punto interviene Edmondo Bruti Liberati, già magistrato ed ex procuratore, che respinge senza ambiguità l’idea di uno “stop automatico” alle iscrizioni: «Lo stop automatico all’iscrizione nel registro “notizie di reato” è una sciocchezza giuridica ed etica». Secondo Bruti Liberati, non si tratta di una sanzione o di una condanna anticipata, ma di un passaggio procedurale indispensabile.
Le parole di Bruti Liberati
Per Edmondo Bruti Liberati, l’iscrizione è «proprio a garanzia dell’indagato». Un atto che consente alla magistratura di svolgere accertamenti completi, assicurando al soggetto coinvolto tutte le tutele difensive previste dalla legge. In assenza di questo passaggio, sottolinea, sarebbe impossibile compiere atti irripetibili e verifiche tecniche in modo corretto.
Il caso, aggiunge, è «molto delicato» e richiede equilibrio e rigore. «Non vorrei essere nei panni dei miei colleghi che stanno indagando», osserva Bruti Liberati, richiamando la complessità di valutare contesti operativi ad alta tensione, la proporzionalità dell’uso della forza e le circostanze che hanno portato allo sparo mortale.
Garanzie, politica e Stato di diritto
L’intervento di Edmondo Bruti Liberati riporta il dibattito su un piano strettamente giuridico, al di là delle contrapposizioni politiche. L’ex magistrato ribadisce che lo Stato di diritto non ammette scorciatoie, neppure nei casi che coinvolgono agenti in servizio.
Secondo questa impostazione, evitare l’iscrizione per legge o per prassi significherebbe introdurre un’eccezione pericolosa, in contrasto con il principio di uguaglianza davanti alla legge. La tutela delle Forze dell’Ordine, afferma implicitamente, passa dal rispetto delle regole e non dalla loro sospensione. La magistratura è ora chiamata a chiarire i fatti, valutando responsabilità e contesto, senza pressioni esterne e senza processi sommari.