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Pd spaccato sul referendum giustizia: riformisti contro Schlein, lo spettro della scissione torna al Nazareno

La campagna del Pd che associa il Sì al fascismo provoca una rivolta interna. I riformisti attaccano la segreteria di Elly Schlein e riaprono il nodo della tenuta del partito.

Referendum giustizia, il video che divide il Pd

L’ultima campagna mediatica del Partito Democratico sul referendum costituzionale sulla giustizia ha innescato una frattura profonda non solo con il centrodestra, ma all’interno dello stesso Nazareno. Il messaggio che associa il voto favorevole al a immagini e simboli del fascismo ha scatenato una reazione durissima tra i riformisti dem, che parlano apertamente di una deriva comunicativa e politica.
Il video diffuso sui canali ufficiali del partito mostra il saluto romano accompagnato dalla scritta: “Loro votano sì, ricordagli che la Costituzione è antifascista. Vota No per difendere la Costituzione”. Un’impostazione che ha sollevato critiche immediate anche tra chi, pur scegliendo il No, contesta l’equiparazione tra riforma e estrema destra. Sullo sfondo, la linea della segreteria guidata da Elly Schlein appare sempre più distante da una parte consistente del gruppo dirigente.

La rivolta dei riformisti: accuse di populismo e bullismo interno

Le prese di posizione non arrivano da figure marginali. Pina Picierno parla di una comunicazione “gravemente insultante e svilente”, denunciando una deriva “sempre più polarizzante e populista”. Parole che pesano, soprattutto perché arrivano da una dirigente che nelle scorse settimane aveva già raccontato di sentirsi “bullizzata” all’interno del partito.
Ancora più duro l’affondo di Elisabetta Gualmini, secondo cui il video raggiunge “il punto più basso di qualsiasi polemica politica”, arrivando a mettere in discussione l’intera storia recente del Pd. Sul fronte giuridico, il costituzionalista Stefano Ceccanti parla di una campagna indegna di “un partito serio e con cultura di governo”.
Anche Lia Quartapelle, pur dichiarandosi contraria alla riforma, invita il partito a spiegare le proprie ragioni senza “scorciatoie da social” che rischiano solo di allontanare gli elettori indecisi. Il dissenso, dunque, non riguarda il merito del referendum, ma il metodo e il linguaggio adottati dalla segreteria.

Direzione nazionale e rischio scissione

La tensione interna arriva a poche ore dalla direzione nazionale convocata da Schlein, chiamata a gestire un clima sempre più incandescente. All’ordine del giorno ci sono la relazione della segretaria e l’individuazione delle finestre congressuali delle federazioni, ma sul tavolo pesa soprattutto la necessità di evitare un nuovo strappo.
Il convegno di Modena promosso da Graziano Delrio, dedicato all’area riformista, rappresenta un ulteriore banco di prova. La presenza del simbolo “I riformisti” accanto a quello del Pd è letta come un segnale politico preciso. Non è un episodio isolato: dalla spaccatura sul ddl antisemitismo alle perplessità sulla mozione unitaria sulla sicurezza dopo i fatti di Askatasuna, le fratture si moltiplicano.
Nell’ultima settimana, senatori e deputati come Filippo Sensi, Simona Malpezzi, Walter Verini e Sandra Zampa hanno manifestato dissenso su più dossier, segnando una distanza crescente dalla linea ufficiale. Al Nazareno torna così una domanda che molti temevano: dopo altre esperienze recenti nel panorama politico italiano, anche il Pd rischia una scissione?
La risposta dipenderà dalla capacità della segreteria di ricucire un partito che appare sempre più diviso tra identità ideologica e vocazione di governo. Per ora, la campagna sul referendum ha mostrato una realtà difficile da ignorare: la frattura non è più sotterranea, ma pubblica e strutturale.