Vittorio Feltri interviene sul caso Mauro Moretti dopo la condanna definitiva per la strage di Viareggio e chiede un atto di clemenza.
Vittorio Feltri interviene con parole durissime sul caso di Mauro Moretti, l’ex amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato entrato in carcere dopo la condanna definitiva legata alla strage di Viareggio del 29 giugno 2009. Secondo il giornalista, la detenzione di un uomo di 72 anni, ritenuto oggi del tutto inoffensivo, rappresenta una decisione sproporzionata e incapace di restituire verità alle 32 vittime del disastro ferroviario. Per Feltri, il punto non è negare la gravità della tragedia, ma distinguere tra responsabilità reali e ricerca di un colpevole simbolico.
Vittorio Feltri sul caso Mauro Moretti e la condanna per Viareggio
Nel suo intervento, Vittorio Feltri ricostruisce l’ingresso in carcere di Mauro Moretti come il passaggio finale di una lunga vicenda giudiziaria durata diciassette anni. L’ex manager si è presentato spontaneamente davanti al carcere, dopo che la Cassazione ha reso definitiva la condanna. Un gesto che, secondo Feltri, dimostrerebbe la condotta di un uomo che non ha cercato scorciatoie né fughe.
Il giornalista contesta soprattutto l’impianto giuridico che ha portato alla condanna. A suo giudizio, Moretti sarebbe stato assolto dalle violazioni specifiche contestate, perché le norme tecniche e amministrative risultavano rispettate. La responsabilità sarebbe stata poi ricondotta al principio del neminem laedere, cioè il dovere generale di non arrecare danno ad altri.
Secondo Feltri, applicare quel principio in questo modo significa indebolire la certezza del diritto, perché un amministratore non può essere punito per non aver previsto un dovere non scritto con chiarezza nelle norme vigenti. Il giornalista sottolinea anche un punto ritenuto centrale: dopo la tragedia, quelle stesse regole non sarebbero state cambiate.
La strage di Viareggio e il tema delle responsabilità
La strage di Viareggio resta una delle pagine più dolorose della storia ferroviaria italiana: il 29 giugno 2009 morirono 32 persone dopo il deragliamento e l’esplosione di un carro cisterna. Feltri non mette in discussione la gravità del disastro, né il diritto dei familiari delle vittime alla verità. Il suo ragionamento riguarda però l’individuazione delle responsabilità.
Per il giornalista, il dolore provocato da una tragedia di simili proporzioni non può trasformarsi in una scorciatoia processuale. Moretti, in quanto vertice delle Ferrovie, sarebbe diventato il bersaglio ideale di una richiesta pubblica di punizione. Un manager collocato in alto, visibile, facilmente identificabile come volto del sistema.
Feltri sostiene che l’ex amministratore delegato non avrebbe tagliato sulla sicurezza. Al contrario, ricorda il risanamento economico delle Ferrovie dello Stato e il completamento dell’Alta velocità tra Torino, Milano, Firenze e Roma, sostenendo che proprio il settore della sicurezza non sarebbe stato sacrificato. Il nodo, secondo questa lettura, riguarderebbe i controlli tecnici sui carri, affidati alla società che li aveva noleggiati e certificati.
La richiesta di grazia al capo dello Stato
Nel passaggio più netto, Vittorio Feltri si chiede quale utilità concreta possa avere oggi la detenzione di Mauro Moretti. A suo avviso, il carcere per un uomo di 72 anni non restituisce nulla alle vittime di Viareggio e non migliora la sicurezza ferroviaria. La condanna è ormai definitiva, ma il giornalista ritiene che resti aperto un tema di giustizia sostanziale.
Per questo chiama in causa il capo dello Stato, indicando nella grazia l’unico possibile rimedio istituzionale. Non una cancellazione del dolore dei familiari, ma un atto di clemenza davanti a una vicenda che, nella sua lettura, avrebbe finito per trasformare Moretti in un capro espiatorio.
Feltri riconosce anche la storia personale e politica dell’ex manager, ricordando il suo passato sindacale nella Cgil e la sua formazione comunista. Ma proprio per questo rivendica la necessità di riconoscere i galantuomini anche quando provengono da un’area culturale diversa. La sua conclusione resta sospesa su una domanda: se qualcuno porterà davvero al Quirinale la richiesta di grazia per Mauro Moretti.
